E' chiaro ed evidente a
tutti che la nostra personalità non è la semplice somma delle
nostre esperienze, delle nostre relazioni e condizioni. Pertanto non
si può dire che basta un video game per spiegare i comportamenti
“violenti” dei bambini. Tuttavia è innegabile e alcuni studi lo
riportano che la violenza osservata in televisione e nei giochi al
computer induce nei bambini “comportamenti aggressivi”, almeno
immediatamente dopo aver smesso di “giocare” e osservare certe
scene. I bambini che guardano video violenti si comportano
successivamente in modo aggressivo verso le cose e verso le persone.
Ciò non basta, ripeto, a dire che il bambino diventerà un
“violento”, per la premessa che ho fatto. Perché il bambino vive
in un contesto dove il dialogo prevale sulla prevaricazione, e il modello di relazione che va introiettando
è per così dire più forte del “video game”. Non viene
introiettato un modello in cui il messaggio è “con la violenza
puoi ottenere quello che vuoi”. Per spiegare certi comportamenti
osservati dopo la visione di scene violente, entrano in gioco ancora
una volta i “neuroni specchio”. I neuroni specchio sono
implicati nell'imitazione, ma anche nella tendenza a imitare, in modo
non del tutto consapevole. Voglio
dire che i neuroni specchio ci portano a “simulare” quanto
osservato e chiaramente lo facciamo anche in modo inconsapevole. Sicuramente esiste per “colpa” dei neuroni specchio
una correlazione temporale tra quanto osserviamo e quanto
riproduciamo nei nostri comportamenti, nel bene e nel male.
Ma ciò
non ci permette di concludere che esiste anche un rapporto causale
tra video game e comportamenti violenti. Tutte l'esperienze plasmano
La riabilitazione e la neurologia dei bambini spiegata semplicemente.
"I NO non servono"
Quando ci sentiamo dire di NO, anche
se capiamo che è fatto per il nostro bene, ci infastidiamo, ci arrabbiamo, e ci
possiamo mettere in un atteggiamento di resistenza e di contrasto. Questo vale
ancor di più con i bambini che seguiamo durante la terapia riabilitativa. Il NO
è poco tollerato e causa resistenza, grida e atteggiamenti di rifiuto. Il
bambino non è in grado di tollerare la frustrazione e non ha ben chiaro il perché
del NO anche se lo abbiamo spiegato e lo abbiamo preparato per tempo.
Ma a volte può risultare utile per ottenere un “maggiore controllo” sul bambino cambiare approccio e passare dal NO, dal “questo non si fa” e basta, al messaggio positivo, alle istruzioni sulle azioni da seguire, piuttosto che su cosa non si deve fare. Se poi aggiungiamo un atteggiamento sereno e di accettazione, ecco che otteniamo quello che volevamo, con più facilità. “Non buttare le cose a terra” diventa “raccogliamo le cose da terra”, “siediti”
Ma a volte può risultare utile per ottenere un “maggiore controllo” sul bambino cambiare approccio e passare dal NO, dal “questo non si fa” e basta, al messaggio positivo, alle istruzioni sulle azioni da seguire, piuttosto che su cosa non si deve fare. Se poi aggiungiamo un atteggiamento sereno e di accettazione, ecco che otteniamo quello che volevamo, con più facilità. “Non buttare le cose a terra” diventa “raccogliamo le cose da terra”, “siediti”
"Prevenire la dislessia".
Alcuni bambini durante gli anni di
scuola materna, possono presentare dei “difetti di pronuncia” nel
linguaggio, in particolare sostituiscono i suoni
all'interno delle parole, per cui la parola cavallo diventa “tavallo”
o possono omettere alcuni suoni per cui la parola semaforo diventa
“foro”. Alcuni di questi bambini migliorano spontaneamente, cioè
anche se non vengono seguiti da una logopedista. Ma questi stessi
bambini, che prima parlavano male e ora parlano bene, possono
mantenere ancora qualche difficoltà di “programmazione
fonologica”, per cui non riescono a pronunciare bene, semplicemente
su ripetizione, parole lunghe, nuove, non
solo “supefragilistica.....o precipitevolissime......, ma anche
talismano, tecnocrate, ecc., ecc.. Anche in questi casi i bambini possono avere difficoltà con l'apprendimento della lettura, perché sia
Insegnami e io imparerò.
I bambini con ritardo dello sviluppo, che fanno la
riabilitazione, grazie agli stimoli che ricevono e alle esperienze che fanno a
casa, a scuola, nel centro di riabilitazione, migliorano le loro abilità: il
linguaggio, l’attenzione, la comprensione, la motricità. Ma alcuni bambini
apprendono solo a casa o solo al centro, o solo a scuola e poi non riescono a
generalizzare questi apprendimenti. Ad esempio se il bambino ha imparato il nome dei vestiti o dei cibi, poi non
utilizza queste nuove parole a casa quando viene vestito e quando mangia. In
alcuni casi occorre semplicemente del tempo. In altri casi occorre riprodurre
in tutti i posti in cui il bambino vive quelle situazioni che favoriscono per
quel bambino l’apprendimento: concedere il tempo e fornire l’aiuto necessario, suscitare
l’interesse e stimolare la motivazione. A volte le mamme e i papà per mille
motivi non riescono ancora con il loro bambino a fare emergere le sue
potenzialità, e quindi a ottenere anche a casa gli stessi apprendimenti ottenuti al Centro. In questi casi si possono aiutare Mamma e Papà: aiutandoli a conoscere ancora meglio il loro bambino, incoraggiandoli a confrontarsi per superare eventuali paure e infine facendo le cose insieme a loro, accanto. Spesso non bastano gli incoraggiamenti e le spiegazioni su come stimolare il bambino, ma occorre sedersi e fare insieme, ora io, ora tu. Riporto la testimonianza di una Mamma: "non esistono cose che non posso fare, aiutami e guidami concretamente, passo dopo passo. Imparerò. Tu studi e lavori da tanti anni, io sto iniziando adesso a capire. Ce la metterò tutta per imparare presto"Cosa chiede la mamma del bimbo disabile.
La mamma chiede innanzitutto una cosa e cioè di essere capita,
nella propria sofferenza silenziosa, fatta di sacrifici e di rinunce. Lei fa
sempre il meglio, anche quando non ascolta e non segue immediatamente le nostre
indicazioni. Non è semplice modificare le nostre abitudini, le convinzioni, le
idee, anche di fronte all’evidenza. Fa parte di noi. Per esempio siamo
consapevoli di dover fare una determinata dieta, ma non riusciamo ad essere all’altezza
del compito, troviamo mille scuse per rimandare o per abbandonare. Per questo
non possiamo pretendere da parte dei genitori un’immediata adesione a tutto ciò che diciamo.
Se vogliamo aiutare le mamme ad ascoltarci e a seguirci,
Impariamo a conoscere il nostro bambino disabile.
Molti bambini che presentano un ritardo dello sviluppo cognitivo, motorio o del linguaggio intraprendono insieme alla loro famiglia un percorso riabilitativo. E per questo frequentano un Centro di riabilitazione, dove si rapportano con varie figure tra cui in particolare il terapista. La prima cosa che viene fatta al Centro di riabilitazione è conoscere il bambino attraverso degli incontri in cui si gioca insieme, si dialoga, si cerca di entrare in sintonia. E poi si organizzano le attività per il bambino e gli si dedica il nostro tempo. Il bambino gradualmente impara a giocare, a comunicare, a rispettare le regole, ad ampliare le sue conoscenze, a progredire nel suo sviluppo motorio, compatibilmente sempre con le sue capacità. Lo stesso bambino torna a casa e trova un ambiente in cui tutti gli vogliono un gran bene, ma non hanno ancora organizzato le attività per lui.
Lui qui si deve adattare, deve fare le stesse cose che fanno gli altri, come le fanno gli altri, ma in questo momento semplicemente non può riuscirci. Fino a quando non conosciamo il nostro bambino per quello che è, forse non faremo quelle cose, quelle attività che lo possano aiutare e fare stare meglio.
Cosa ci permette di conoscere il bambino?. Sicuramente le conoscenze e l'esperienza ci permettono di "vedere oltre" e per questo ci affidiamo a chi ne sa più di noi: medici, terapisti, psicologi. Ognuno di noi infatti nel proprio lavoro finisce per diventare un esperto che intuisce e capisce certe cose prima di tanti altri. E poi, e questa è la cosa più difficile, occorre conoscere se stessi. Per capire se quello che chiediamo al nostro bambino non è in realtà qualcosa di cui abbiamo bisogno noi e non lui. Per esempio, il bambino deve assolutamente camminare e parlare come gli altri perché solo in questo modo io papà o io mamma mi sento confermata nel mio ruolo, gratificata, realizzata, serena, anche a costo di sottoporre il bambino a "inutili terapie", che poi non portano al risultato tanto sperato.
Lui qui si deve adattare, deve fare le stesse cose che fanno gli altri, come le fanno gli altri, ma in questo momento semplicemente non può riuscirci. Fino a quando non conosciamo il nostro bambino per quello che è, forse non faremo quelle cose, quelle attività che lo possano aiutare e fare stare meglio.
Cosa ci permette di conoscere il bambino?. Sicuramente le conoscenze e l'esperienza ci permettono di "vedere oltre" e per questo ci affidiamo a chi ne sa più di noi: medici, terapisti, psicologi. Ognuno di noi infatti nel proprio lavoro finisce per diventare un esperto che intuisce e capisce certe cose prima di tanti altri. E poi, e questa è la cosa più difficile, occorre conoscere se stessi. Per capire se quello che chiediamo al nostro bambino non è in realtà qualcosa di cui abbiamo bisogno noi e non lui. Per esempio, il bambino deve assolutamente camminare e parlare come gli altri perché solo in questo modo io papà o io mamma mi sento confermata nel mio ruolo, gratificata, realizzata, serena, anche a costo di sottoporre il bambino a "inutili terapie", che poi non portano al risultato tanto sperato.
L'importanza dell'equipe riabilitativa.
Un bambino disabile cambia gli equilibri e le dinamiche consolidate all'interno della famiglia, e costringe tutti a un riadattamento. Per aiutare il bambino e la sua famiglia ci sono ruoli e competenze diverse: il terapista, lo psicologo, il medico, l'assistente sociale, l'educatore. I tempi e i modi di questo percorso di adattamento non sono pre stabiliti, pre confezionati. Ognuno in famiglia fa la sua parte nel modo migliore possibile. Qualcuno commette degli errori secondo il mio modo di vedere, ma gli stessi comportamenti sono considerati normali agli occhi di qualcun altro. Non c'è la verità. Ci sono dei bisogni, delle paure da accogliere senza giudicare.
Una mamma segue perfettamente le indicazioni fornite dalla terapista, un'altra mamma non lo fa. Ma la prima mamma cerca in modo particolare le prestazioni del figlio per ottenere gratificazioni e conferme al proprio ruolo di mamma, la seconda mamma sta cercando di capire cosa succede e ascolta e medita in silenzio. E allora qual è la verità?. Non esiste un comportamento giusto e uno sbagliato. Ci sono le situazioni e le persone con le loro emozioni da comprendere e accogliere, tutto il resto viene da se, perché le nostre aspettative, le nostre pretese, le nostre costrizioni non cambiano le persone. Le persone cambiano quando sono pronte e noi dobbiamo essere lì.
Una mamma segue perfettamente le indicazioni fornite dalla terapista, un'altra mamma non lo fa. Ma la prima mamma cerca in modo particolare le prestazioni del figlio per ottenere gratificazioni e conferme al proprio ruolo di mamma, la seconda mamma sta cercando di capire cosa succede e ascolta e medita in silenzio. E allora qual è la verità?. Non esiste un comportamento giusto e uno sbagliato. Ci sono le situazioni e le persone con le loro emozioni da comprendere e accogliere, tutto il resto viene da se, perché le nostre aspettative, le nostre pretese, le nostre costrizioni non cambiano le persone. Le persone cambiano quando sono pronte e noi dobbiamo essere lì.
Il metodo Vojta "riconosce" il neonato?
Il neonato ruota il capo alla ricerca dello sguardo della madre e poi entrambi si scambiano sorrisi e vocalizzi. Il neonato imita la vostra faccia buffa o esprime disappunto se gli proponete ancora latte dopo una bella poppata. E presto si lascia consolare rannicchiandosi tra le vostre braccia rilassate, riuscendo a percepire l'intensità simile delle vostre carezze e della vostra voce. Riconosce il vostro volto e l'odore del latte della propria mamma. Riconosce visivamente tra più ciucci quello che ha tenuto in bocca. Sono alcune delle competenze osservate e studiate nel neonato. E chi ha figli sa di cosa sto parlando. Chi pratica il metodo Vojta con i bimbi piccoli che hanno un ritardo ha l'obiettivo di far apprendere dei movimenti attraverso delle manovre che evocano nel neonato dei movimenti riflessi. I riflessi sono dei movimenti inconsapevoli, sempre uguali, non volontari. Sembra in questo modo che venga proprio ignorata invece la natura intenzionale dei movimenti che può compiere il neonato, la loro carica affettiva e la loro natura relazionale. Il neonato nel suo sviluppo non trasforma riflessi in azioni, cioè movimenti finalizzati a raggiungere uno scopo. Neanche i cosiddetti riflessi arcaici sono dei veri riflessi, ma dei movimenti finalizzati: la marcia automatica per progredire nel canale del parto, il riflesso di prensione per "aggrapparsi" al cordone ombelicale, ecc. E nel caso di feti gemelli si sono osservati dei movimenti diversi, nuovi, nella forma se sono diretti a entrare in contatto con il fratellino.
Anche il movimento più semplice ha un fine: quando ancora è molto piccolo il neonato apre e chiude la mano se vede un oggetto, che solo dopo sarà in grado di afferrare. Si sta esercitando. E allora perché non tenere conto delle competenze del bambino per promuovere lo sviluppo psicomotorio? Perchè non tenere conto che ogni movimento serve a conoscere il mondo e a entrare in relazione, i movimenti non possono essere dei riflessi. Ma i bimbi con un grave ritardo si muovono poco, e non è facile interagire con loro. Ma le leggi che regolano l'apprendimento sono comunque le stesse: ho un oggetto che suscita un interesse e interagisco per conoscerlo, per giocarci adattando i movimenti, incorporando così nuovi schemi e nuove azioni.
Anche il movimento più semplice ha un fine: quando ancora è molto piccolo il neonato apre e chiude la mano se vede un oggetto, che solo dopo sarà in grado di afferrare. Si sta esercitando. E allora perché non tenere conto delle competenze del bambino per promuovere lo sviluppo psicomotorio? Perchè non tenere conto che ogni movimento serve a conoscere il mondo e a entrare in relazione, i movimenti non possono essere dei riflessi. Ma i bimbi con un grave ritardo si muovono poco, e non è facile interagire con loro. Ma le leggi che regolano l'apprendimento sono comunque le stesse: ho un oggetto che suscita un interesse e interagisco per conoscerlo, per giocarci adattando i movimenti, incorporando così nuovi schemi e nuove azioni.
Cosa insegnare al bambino con ritardo
I bambini piccoli
apprendono in modo spontaneo, cioè senza che ci preoccupiamo di insegnare loro
le cose. Semplicemente imitano quello che vedono e che sentono, e ripeteranno tutto ciò che suscita l’attenzione
di genitori e compagni o che li gratifica. Ma ci sono altri bambini che per
qualche difficoltà o perché presentano un ritardo dello sviluppo, hanno invece
bisogno di un insegnamento mirato. E allora cosa insegniamo?. Su cosa si focalizza
il nostro insegnamento?. Tutto dipende da ciò che il bambino fa e da ciò che è
in grado di fare con il nostro aiuto, che può essere una spiegazione, una guida
fisica (guidare le mani) o una dimostrazione. In questo caso si parla di
abilità emergenti, potenzialità o area di sviluppo prossimale. Ed è sulle
abilità emergenti che posso concentrare il mio insegnamento. Se il bambino
riesce a colorare la palla solo con il mio aiuto, gradualmente andrò a ridurre
il mio aiuto in modo che diventi autonomo a svolgere il compito.
E ciò che vado a proporre si colloca un po’ più avanti
rispetto al livello attuale delle abilità del bambino. In molti casi il
criterio per capire cosa proporre è il buon senso: se non copia una palla, non
gli posso chiedere anche di copiare una lettera, perché è molto più
difficile, se non sa denominare gli oggetti non gli chiederò di che colore
sono, se non sta ancora seduto da solo non posso metterlo in piedi, ecc. Quindi riepilogando consideriamo e insegniamo ciò che il bambino sa fare con un po’
di aiuto, tra le cose che si collocano un pò più avanti rispetto a quello che fa da solo. E poi consideriamo che il bambino può essere stanco, si può annoiare, o vuole stare con la sua mamma.
Il movimento è conoscenza.
Ci sono bambini con paralisi cerebrale infantile che vengono sottoposti a una serie di esercizi passivi, cioè esercizi in cui sono gli operatori che muovono ripetutamente le loro gambe, le mani, i piedi. Il bambino da solo non ci riesce. Come se il movimento indotto da altri potrebbe far superare nel bambino la sua paralisi. Lo so è una visione incompleta e riduttiva, ma se potessimo veramente vedere dentro il suo cervello in questi casi potremmo dire di non vedere assolutamente niente, perché non c'è partecipazione da parte del bambino. E non “vedere niente” significa che non stiamo attivando le aree cerebrali del movimento, della volontà, della percezione, (che è quello che servirebbe), anche se il movimento venisse ripetuto centinaia di volte. Cioè non stiamo riabilitando assolutamente niente.
Se invece chiedessimo allo stesso bambino di sentire e quindi di prestare attenzione a quello che gli faccio toccare, di descrivermelo, di sentire l'arto, di pensare a come risolvere un problema, naturalmente adattato al bambino.....allora in questi casi stiamo facendo esattamente quello che abbiamo sperimentato tutti e che sperimentiamo ogni volta che ci muoviamo: un movimento intenzionale, attento, finalizzato a raccogliere informazioni.
Perché il movimento è conoscenza, e necessita di motivazione, di interesse, di partecipazione, ed è relazione con qualcuno o con qualcosa.
Non puoi conoscere il tuo bambino su internet.
I bambini piccoli per la presenza di difficoltà dello
sviluppo più o meno gravi, in seguito a visite e controlli, possono ricevere
una qualche diagnosi. Quando la famiglia riceve questa diagnosi vuole
capirci di più e in genere lo fa attraverso internet. Alcuni genitori approfondiscono anche
attraverso dei corsi o la lettura di libri. Sappiamo tutti che la diagnosi da
sola non può mai riuscire a definire e a raccontare il bambino che abbiamo visitato e con cui
abbiamo giocato, e su internet non possiamo trovare la spiegazione di tutto, perché
i bambini sono diversi e unici. E leggendo su forum e siti più o meno
specializzati
cerchiamo tutto ciò che conferma la nostra visione del bambino. Inoltre a volte possiamo fare i conti con proposte e spiegazioni del problema diverse da quelle fornite dal medico che ha visitato il bambino. Ci sono tante domande che neanche sappiamo formulare bene o per cui non siamo ancora pronti a ricevere una risposta. Vorremmo conoscere il futuro, abbiamo delle aspettative,
cerchiamo tutto ciò che conferma la nostra visione del bambino. Inoltre a volte possiamo fare i conti con proposte e spiegazioni del problema diverse da quelle fornite dal medico che ha visitato il bambino. Ci sono tante domande che neanche sappiamo formulare bene o per cui non siamo ancora pronti a ricevere una risposta. Vorremmo conoscere il futuro, abbiamo delle aspettative,
Io da piccola ho usato il girello.
In un precedente post ho spiegato alcuni dei motivi
per cui sconsigliamo l’uso del girello per i bambini. Quando lo spiego durante
la visita mi rendo conto, il più delle volte, di incontrare qualche timida
forma di resistenza. L’osservazione più comune che viene fatta dalle mamme è
“la sorellina l’ha usato e non ha avuto nessun problema, così come io da
piccolina”. Riconosco che c’è
indubbiamente una parte di verità, nessuno non ha camminato per colpa del
girello, al massimo ha ritardato il cammino autonomo. Prima di camminare da
solo il bambino esercita l’equilibrio con le mani e questo non lo sperimenta
come dovrebbe se usa il girello, quindi potrebbe ritardare questa tappa
motoria.
Quello che posso dire è che l’esperienza più “corretta” è quella di lasciare libero il bambino di sperimentare le proprie capacità, senza metterlo in piedi
Quello che posso dire è che l’esperienza più “corretta” è quella di lasciare libero il bambino di sperimentare le proprie capacità, senza metterlo in piedi
L'asilo fa bene ai bambini autistici?
Il bimbo presenta un
disturbo dello spettro autistico, per cui consigliano alla mamma di
inserire il figlio all'asilo per favorire lo sviluppo del linguaggio.
Il bambino non ha ancora 3 anni e si “relaziona” solo con mamma e
papà. Quando vuole qualcosa trascina i genitori o saltella davanti
la cosa desiderata. Non parla, qualche volta ripete dei suoni o dei
pezzetti di parole. Se si cerca di richiamare la sua attenzione su un
oggetto lui tende a guardare da un'altra parte o continua con il suo
gioco. Con le bolle di sapone si riesce a catturare la sua attenzione
e ad ottenere uno scambio di sguardi, anche se di breve durata.
Per camminare servono le mani.
Osservare le conquiste dei bambini soprattutto quando
sono più piccoli è qualcosa che suscita stupore, meraviglia. Sappiamo che
ciascun bambino ha in se il programma per acquisire le abilità
necessarie per interagire e per conoscere il mondo. Se osserviamo le conquiste
motorie constatiamo che il bambino progredisce gradualmente passando da una
tappa all’altra secondo un ordine preciso: ad esempio prima di poter stare in
piedi sarà in grado di stare seduto e di fare quei passaggi posturali che gli
consentono di mettersi in piedi da solo. Ma una volta conquistata da solo la
stazione eretta ecco che si serve delle mani per mantenerla, le usa per
appoggiarsi al divano e alle sedie, sollevando le braccia le usa per mantenere
l’equilibrio quando tenta i primi passi,
le usa per non farsi male quando perde
l’equilibrio e cade a terra, le usa per toccare gli oggetti con una mano mentre
con l’altra si appoggia. Siamo sicuri che se lo teniamo noi adulti Per capire ciò che leggi devi usare la memoria di lavoro
La memoria è una funzione che ci permette di
ricordare cose passate e recenti. Ma c’è un’altra funzione collegata che è
altrettanto importante e che si chiama memoria di lavoro. La memoria di lavoro è
quella funzione che ci permette di trattenere a mente delle informazioni e
modificarle secondo una data istruzione: se vi chiedo di ripetere 5 cifre nella
stessa successione in cui le avete ascoltate (8-4-9-2-5) state facendo lavorare
la memoria a breve termine, ma se vi chiedo di ripetere le cifre al contrario
di come le avete sentite, (5-2-….) state
stressando la vostra “memoria di lavoro”. Se vi chiedo di segnare il mio numero
di telefono state utilizzando la memoria di lavoro. E ancora, tra una serie di
oggetti che vi faccio ascoltare mi dovete ripetere solo quelli che servono per
mangiare. Non si tratta di ricordare e basta, ma mentre trattenete le
informazioni ci lavorate su. Cosa fanno i bambini che stanno imparando a
leggere?, se si trovano alle prese con la lettura di una parola di tre sillabe come
“tavolo”, inizialmente leggeranno una sillaba alla volta, ta-vo-lo, e a mente, grazie
alla memoria di lavoro, oltre che ricordare le sillabe appena lette le
collegano, fanno cioè una sintesi sillabica, vi guardano e vi dicono con aria
soddisfatta “tavolo”. Ma la memoria di lavoro
Non giudichiamo i bambini.
I bambini possono presentare
nella loro storia una qualche difficoltà, più o meno grave, più o meno
transitoria. Quando valutiamo questi bambini, o quando esprimiamo un giudizio
su di loro, la nostra mente in modo sistematico e più o meno consapevole opera
dei confronti tra come il bambino è e come secondo noi dovrebbe essere. E di
conseguenza non siamo pienamente soddisfatti fino a quando non viene raggiunto quel
dato obiettivo, quel comportamento, fino a quando non cammina da solo, fino a
quando non inizia a parlare come gli altri bambini, o a scrivere come la compagnetta,
o ancora fino a quando non soddisfa i miei desideri. Fateci caso, abbiamo in testa dei nostri parametri di giudizio che si innescano nella nostra mente in automatico. E il bambino questo lo sente, anche quando le nostre parole dicono il contrario. Questo "continuo giudicare" non ci fa stare bene perché la realtà è appunto diversa da quella che desideriamo, anzi
o ancora fino a quando non soddisfa i miei desideri. Fateci caso, abbiamo in testa dei nostri parametri di giudizio che si innescano nella nostra mente in automatico. E il bambino questo lo sente, anche quando le nostre parole dicono il contrario. Questo "continuo giudicare" non ci fa stare bene perché la realtà è appunto diversa da quella che desideriamo, anzi
La plasticità cerebrale
Il cervello è costituito da diverse parti, ognuno delle
quali è per così dire specializzata a farci svolgere una determinata funzione.
Ad esempio il lobo occipitale che si trova nella parte posteriore del cervello,
è specializzato nella funzione della visione. Questa zona del cervello si
sviluppa perché riceve stimoli visivi dall’ambiente e più correttamente tramite
le fibre nervose che trasportano impulsi generati a livello della retina degli
occhi. Questa zona del cervello se non ricevesse gli stimoli visivi non si
svilupperebbe. Il cervello si modifica
nel tempo in base alle attività che svolgo. Se mi esercito con uno strumento
musicale, la zona del cervello che è specializzata nell’ascolto della musica e
nel suonare lo strumento si attiva con maggiore intensità, rispetto ai periodi
precedenti in cui non mi fregava niente della musica.
I rischi della nascita prematura
I continui
progressi dell’assistenza neonatologica hanno prodotto una diminuzione notevole
della mortalità tra i bambini nati pretermine. Per quelli che non hanno danni neurologici evidenti è difficile fare previsioni
sulle possibili conseguenze della prematurità sul loro sviluppo. I bambini che non presentano “danni neurologici maggiori” (paralisi
cerebrali infantili) possono sviluppare disturbi specifici, cioè difficoltà a carico di alcune funzioni come la memoria o il linguaggio o l'attenzione, mantenendo comunque una capacità intellettiva nella norma. Alcuni bambini pretermine sono a rischio di sviluppare disturbi del
linguaggio. (leggi qui), per gli effetti dell’interazione tra fattori biologici
(“immaturità”) e adattamento all’ambiente. Le difficoltà di linguaggio possono interessare a vari livelli la fonologia, cioè la corretta produzione delle parole e la morfosintassi, cioè la corretta produzione delle frasi. Alcuni studi evidenziano che una buona comprensione di parole ed un uso di gesti comunicativi nel secondo anno di vita siano dei buoni indicatori del primo sviluppo verbale cioè vocabolario e prime combinazioni di parole. Altri bambini possono sviluppare una forma di disprassia. Ovviamente in tutti i casi è possibile individuare e intervenire precocemente su tutte le difficoltà.
Costruiamo le categorie
I bambini, fin
da piccoli organizzano le loro conoscenze in categorie. Una categoria è ad
esempio un gruppo di oggetti accomunati dalla stessa funzione. Oggetti diversi
nella forma e nel colore appartengono alla stessa categoria perché svolgiamo
con essi la stessa azione. Un bambino può capire che un piccolo contenitore
rosso che non ha mai visto prima è una tazza nel momento in cui capisce che
serve per bere, esattamente come la grande tazza bianca con i fiori che usa
tutti i giorni. Il bambino intuisce l’azione perché la simula “nella sua testa”
e in questo modo riesce ad astrarre una caratteristica che non è visibile:
serve per bere. Due porte di colore diverso inducono nel cervello lo stesso
piano motorio anche se sono differenti nel colore o nella dimensione. Così è
bastato che qualcuno ci ha detto che quella tavola con la maniglia si chiama porta, per generalizzare questa conoscenza a tutte le porte
Il neonato imita.
Il bambino inizia a imitare molto
presto, addirittura da neonato. Aprite la bocca e uscitegli la lingua, dategli
un po’ di tempo e presto quell’esserino proverà a fare la stessa cosa. La cosa
bella è che il neonato riesce a imitare anche se non sa ancora di avere una
bocca e una lingua e non è in grado di osservarsi. Cioè per imitare non sta ad
osservare voi e poi lui e ad aggiustare l’azione in base al confronto visivo.
Lui, invece, riesce a confrontare un’”immagine visiva”, che è il vostro volto
“buffo” con la lingua di fuori, con la sensazione della sua bocca che si apre e
la lingua che si sposta in avanti. E’ in grado di imitare mettendo a confronto
due sensazioni diverse: una visiva e una propriocettiva. Semplicemente
fantastico. Lo fa. E guarda più a lungo tra vari ciucci quello che ha tenuto in bocca.Il neonato in posizione supina presto riuscirà a ruotare il capo e a orientarlo verso il volto della mamma o verso qualcosa che fa odore del latte della propria mamma. E a soli 2 mesi inizia a sorridervi, a stabilire un contatto di sguardo e ad emettere suoni gutturali e a interagire come delle persone separate da voi.
Si è addirittura osservato che feti gemelli nella pancia
della mamma presentano gesti diversi dal solito, nella forma, se sono orientati
a “entrare in contatto” con il fratellino.
E’ proprio vero che siamo programmati per stare con gli altri. E grazie a
questo programma il neonato può entrare in contatto con chi si prende cura di
lui. E in questo modo può finalmente "rinascere",
Iscriviti a:
Post (Atom)











