Spesso pensiamo alla riabilitazione come a un insieme di interventi rivolti al bambino: potenziare abilità, correggere deficit, insegnare competenze.
Eppure, lavorando ogni giorno con i bambini e con le loro famiglie, diventa
sempre più evidente quanto il cambiamento reale non avvenga solo “dentro” il
bambino, ma nel sistema di relazioni che lo circonda.
Il modello sociale della disabilità non è un
concetto nuovo.
Lo conosciamo, lo studiamo, lo citiamo. Ma nella pratica quotidiana rischiamo
spesso di dimenticarlo. Perché il rischio è sempre quello di trasformare
l’infanzia in una continua richiesta di prestazioni: fare, imparare, rispondere,
migliorare, raggiungere obiettivi.
E così il bambino finisce per essere osservato
soprattutto per ciò che non riesce ancora a fare.
Ma le capacità di un bambino non sono qualcosa di
fisso, stabile, immutabile.
Cambiano enormemente a seconda del contesto, della relazione, delle possibilità
che gli vengono offerte. Cambiano quando si smette di pretendere e si inizia a
costruire insieme.
Improvvisamente quel bambino “che non partecipava” partecipa.
Quel bambino “chiuso” cerca l’altro.
Quel bambino “oppositivo” mostra intenzioni, desideri, preferenze, emozioni.
Non è cambiato il bambino da un giorno all’altro.
È cambiato il contesto.
Abbiamo creato un ponte.
Ed è forse qui il cuore della riabilitazione: non
nel tentativo incessante di adattare il bambino al mondo, ma nella capacità di
trasformare il mondo affinché quel bambino possa finalmente esserci.
Per questo credo che il lavoro riabilitativo non
possa ridursi a un addestramento di funzioni.
Riabilitare significa costruire possibilità di partecipazione.
Significa lavorare sul “tra”: tra il bambino e l’altro, tra il bambino e
l’ambiente, tra il desiderio e la possibilità di esprimerlo.
Spesso, quando abbassiamo le aspettative
performative, emergono competenze che prima sembravano invisibili. Perché molti
bambini non hanno bisogno di qualcuno che chieda continuamente una prestazione.
Hanno bisogno di qualcuno che renda possibile l’incontro.

