L'importanza dell'equipe riabilitativa.

Un bambino disabile cambia gli equilibri e le dinamiche consolidate all'interno della famiglia, e costringe tutti a un riadattamento. Per aiutare il bambino e la sua famiglia ci sono ruoli e competenze diverse: il terapista, lo psicologo, il medico, l'assistente sociale, l'educatore. I tempi e i modi di questo percorso di adattamento non sono pre stabiliti, pre confezionati. Ognuno in famiglia fa la sua parte nel modo migliore possibile. Qualcuno commette degli errori secondo il mio modo di vedere, ma gli stessi comportamenti sono considerati normali agli occhi di qualcun altro. Non c'è la verità. Ci sono dei bisogni, delle paure da accogliere senza giudicare.
Una mamma segue perfettamente le indicazioni fornite dalla terapista, un'altra mamma non lo fa. Ma la prima mamma cerca in modo particolare le prestazioni del figlio per ottenere gratificazioni e conferme al proprio ruolo di mamma, la seconda mamma sta cercando di capire cosa succede e ascolta e medita in silenzio. E allora qual è la verità?. Non esiste un comportamento giusto e uno sbagliato. Ci sono le situazioni e le persone con le loro emozioni da comprendere e accogliere, tutto il resto viene da se, perché le nostre aspettative, le nostre pretese, le nostre costrizioni non cambiano le persone. Le persone cambiano quando sono pronte e noi dobbiamo essere lì.

Il metodo Vojta "riconosce" il neonato?

Il neonato ruota il capo alla ricerca dello sguardo della madre e poi entrambi si scambiano sorrisi e vocalizzi. Il neonato imita la vostra faccia buffa o esprime disappunto se gli proponete ancora latte dopo una bella poppata. E presto si lascia consolare rannicchiandosi tra le vostre braccia rilassate, riuscendo a percepire l'intensità simile delle vostre carezze e della vostra voce. Riconosce il vostro volto e l'odore del latte della propria mamma. Riconosce visivamente tra più ciucci quello che ha tenuto in bocca. Sono alcune delle competenze osservate e studiate nel neonato. E chi ha figli sa di cosa sto parlando. Chi pratica il metodo Vojta con i bimbi piccoli che hanno un ritardo ha l'obiettivo di far apprendere dei movimenti attraverso delle manovre che evocano nel neonato dei movimenti riflessi. I riflessi sono dei movimenti inconsapevoli, sempre uguali, non volontari. Sembra in questo modo che venga proprio ignorata invece la natura intenzionale dei movimenti che può compiere il neonato, la loro carica affettiva e la loro natura relazionale. Il neonato nel suo sviluppo non trasforma riflessi in azioni, cioè movimenti finalizzati a raggiungere uno scopo. Neanche i cosiddetti riflessi arcaici sono dei veri riflessi, ma dei movimenti finalizzati: la marcia automatica per progredire nel canale del parto, il riflesso di prensione per "aggrapparsi" al cordone ombelicale, ecc. E nel caso di feti gemelli si sono osservati dei movimenti diversi, nuovi, nella forma se sono diretti a entrare in contatto con il fratellino.
Anche il movimento più semplice ha un fine: quando ancora è molto piccolo il neonato apre e chiude la mano se vede un oggetto, che solo dopo sarà in grado di afferrare. Si sta esercitando. E allora perché non tenere conto delle competenze del bambino per promuovere lo sviluppo psicomotorio? Perchè non tenere conto che ogni movimento serve a conoscere il mondo e a entrare in relazione, i movimenti non possono essere dei riflessi. Ma i bimbi con un grave ritardo si muovono poco, e non è facile interagire con loro. Ma le leggi che regolano l'apprendimento sono comunque le stesse: ho un oggetto che suscita un interesse e interagisco per conoscerlo, per giocarci adattando i movimenti, incorporando così nuovi schemi e nuove azioni.

Cosa insegnare al bambino con ritardo

I  bambini piccoli apprendono in modo spontaneo, cioè senza che ci preoccupiamo di insegnare loro le cose. Semplicemente imitano quello che vedono e che sentono,  e ripeteranno tutto ciò che suscita l’attenzione di genitori e compagni o che li gratifica. Ma ci sono altri bambini che per qualche difficoltà o perché presentano un ritardo dello sviluppo, hanno invece bisogno di un insegnamento mirato. E allora cosa insegniamo?. Su cosa si focalizza il nostro insegnamento?. Tutto dipende da ciò che il bambino fa e da ciò che è in grado di fare con il nostro aiuto, che può essere una spiegazione, una guida fisica (guidare le mani) o una dimostrazione. In questo caso si parla di abilità emergenti, potenzialità o area di sviluppo prossimale. Ed è sulle abilità emergenti che posso concentrare il mio insegnamento. Se il bambino riesce a colorare la palla solo con il mio aiuto, gradualmente andrò a ridurre il mio aiuto in modo che diventi autonomo a svolgere il compito.
E ciò che vado a proporre si colloca un po’ più avanti rispetto al livello attuale delle abilità del bambino. In molti casi il criterio per capire cosa proporre è il buon senso: se non copia una palla, non gli posso chiedere anche di copiare una lettera, perché è molto più difficile, se non sa denominare gli oggetti non gli chiederò di che colore sono, se non sta ancora seduto da solo non posso  metterlo in piedi, ecc. Quindi riepilogando consideriamo e insegniamo ciò che il bambino sa fare con un po’ di aiuto, tra le cose che si collocano un pò più avanti rispetto a quello che fa da solo. E poi consideriamo che il bambino può essere stanco, si può annoiare, o vuole stare con la sua mamma.

Il movimento è conoscenza.

Ci sono bambini con paralisi cerebrale infantile che vengono sottoposti a una serie di esercizi passivi, cioè esercizi in cui sono gli operatori che muovono ripetutamente le loro gambe, le mani, i piedi. Il bambino da solo non ci riesce. Come se il movimento indotto da altri potrebbe far superare nel bambino la sua paralisi. Lo so è una visione incompleta e riduttiva, ma se potessimo veramente vedere dentro il suo cervello in questi casi potremmo dire di non vedere assolutamente niente, perché non c'è partecipazione da parte del bambino. E non “vedere niente” significa che non stiamo attivando le aree cerebrali del movimento, della volontà, della percezione, (che è quello che servirebbe), anche se il movimento venisse ripetuto centinaia di volte. Cioè non stiamo riabilitando assolutamente niente.
Se invece chiedessimo allo stesso bambino di sentire e quindi di prestare attenzione a quello che gli faccio toccare, di descrivermelo, di sentire l'arto, di pensare a come risolvere un problema, naturalmente adattato al bambino.....allora in questi casi stiamo facendo esattamente quello che abbiamo sperimentato tutti e che sperimentiamo ogni volta che ci muoviamo: un movimento intenzionale, attento, finalizzato a raccogliere informazioni.  
Perché il movimento è conoscenza, e necessita di motivazione, di interesse, di partecipazione, ed è relazione con qualcuno o con qualcosa. 



Non puoi conoscere il tuo bambino su internet.

I bambini piccoli per la presenza di difficoltà dello sviluppo più o meno gravi, in seguito a visite e controlli, possono ricevere una qualche diagnosi. Quando la famiglia riceve questa diagnosi vuole capirci di più e in genere lo fa attraverso internet.  Alcuni genitori approfondiscono anche attraverso dei corsi o la lettura di libri. Sappiamo tutti che la diagnosi da sola non può mai riuscire a definire e a raccontare  il bambino che abbiamo visitato e con cui abbiamo giocato, e su internet non possiamo trovare la spiegazione di tutto, perché i bambini sono diversi e unici. E leggendo su forum e siti più o meno specializzati
cerchiamo tutto ciò che conferma la nostra visione del bambino. Inoltre a volte possiamo fare i conti con proposte e spiegazioni del problema diverse da quelle fornite dal medico che ha visitato il bambino. Ci sono tante domande che neanche sappiamo formulare bene o per cui non siamo ancora pronti a ricevere una risposta. Vorremmo conoscere il futuro, abbiamo delle aspettative,

Io da piccola ho usato il girello.

In un precedente post ho spiegato alcuni dei motivi per cui sconsigliamo l’uso del girello per i bambini. Quando lo spiego durante la visita mi rendo conto, il più delle volte, di incontrare qualche timida forma di resistenza. L’osservazione più comune che viene fatta dalle mamme è “la sorellina l’ha usato e non ha avuto nessun problema, così come io da piccolina”.  Riconosco che c’è indubbiamente una parte di verità, nessuno non ha camminato per colpa del girello, al massimo ha ritardato il cammino autonomo. Prima di camminare da solo il bambino esercita l’equilibrio con le mani e questo non lo sperimenta come dovrebbe se usa il girello, quindi potrebbe ritardare questa tappa motoria.
Quello che posso dire è che l’esperienza più “corretta” è quella di lasciare libero il bambino di sperimentare le proprie capacità, senza metterlo in piedi

L'asilo fa bene ai bambini autistici?

Il bimbo presenta un disturbo dello spettro autistico, per cui consigliano alla mamma di inserire il figlio all'asilo per favorire lo sviluppo del linguaggio. Il bambino non ha ancora 3 anni e si “relaziona” solo con mamma e papà. Quando vuole qualcosa trascina i genitori o saltella davanti la cosa desiderata. Non parla, qualche volta ripete dei suoni o dei pezzetti di parole. Se si cerca di richiamare la sua attenzione su un oggetto lui tende a guardare da un'altra parte o continua con il suo gioco. Con le bolle di sapone si riesce a catturare la sua attenzione e ad ottenere uno scambio di sguardi, anche se di breve durata.

Per camminare servono le mani.

Osservare le conquiste dei bambini soprattutto quando sono più piccoli è qualcosa che suscita stupore, meraviglia. Sappiamo che ciascun bambino ha in se il programma per acquisire le abilità necessarie per interagire e per conoscere il mondo. Se osserviamo le conquiste motorie constatiamo che il bambino progredisce gradualmente passando da una tappa all’altra secondo un ordine preciso: ad esempio prima di poter stare in piedi sarà in grado di stare seduto e di fare quei passaggi posturali che gli consentono di mettersi in piedi da solo. Ma una volta conquistata da solo la stazione eretta ecco che si serve delle mani per mantenerla, le usa per appoggiarsi al divano e alle sedie, sollevando le braccia le usa per mantenere l’equilibrio quando tenta i primi passi,
 le usa per non farsi male quando perde l’equilibrio e cade a terra, le usa per toccare gli oggetti con una mano mentre con l’altra si appoggia. Siamo sicuri che se lo teniamo noi adulti

Per capire ciò che leggi devi usare la memoria di lavoro

La memoria è una funzione che ci permette di ricordare cose passate e recenti. Ma c’è un’altra funzione collegata che è altrettanto importante e che si chiama memoria di lavoro. La memoria di lavoro è quella funzione che ci permette di trattenere a mente delle informazioni e modificarle secondo una data istruzione: se vi chiedo di ripetere 5 cifre nella stessa successione in cui le avete ascoltate (8-4-9-2-5) state facendo lavorare la memoria a breve termine, ma se vi chiedo di ripetere le cifre al contrario di come  le avete sentite, (5-2-….) state stressando la vostra “memoria di lavoro”. Se vi chiedo di segnare il mio numero di telefono state utilizzando la memoria di lavoro. E ancora, tra una serie di oggetti che vi faccio ascoltare mi dovete ripetere solo quelli che servono per mangiare. Non si tratta di ricordare e basta, ma mentre trattenete le informazioni ci lavorate su. Cosa fanno i bambini che stanno imparando a leggere?, se si trovano alle prese con la lettura di una parola di tre sillabe come “tavolo”, inizialmente leggeranno una sillaba alla volta, ta-vo-lo, e a mente, grazie alla memoria di lavoro, oltre che ricordare le sillabe appena lette le collegano, fanno cioè una sintesi sillabica, vi guardano e vi dicono con aria soddisfatta “tavolo”. Ma la memoria di lavoro

Non giudichiamo i bambini.

I bambini possono presentare nella loro storia una qualche difficoltà, più o meno grave, più o meno transitoria. Quando valutiamo questi bambini, o quando esprimiamo un giudizio su di loro, la nostra mente in modo sistematico e più o meno consapevole opera dei confronti tra come il bambino è e come secondo noi dovrebbe essere. E di conseguenza non siamo pienamente soddisfatti fino a quando non viene raggiunto quel dato obiettivo, quel comportamento, fino a quando non cammina da solo, fino a quando non inizia a parlare come gli altri bambini, o a scrivere come la compagnetta,
o ancora fino a quando non soddisfa i miei desideri. Fateci caso, abbiamo in testa dei nostri parametri di giudizio che si innescano nella nostra mente in automatico. E il bambino questo lo sente, anche quando le nostre parole dicono il contrario. Questo "continuo giudicare" non ci fa stare bene perché la realtà è appunto diversa da quella che desideriamo, anzi

La plasticità cerebrale

Il cervello è costituito da diverse parti, ognuno delle quali è per così dire specializzata a farci svolgere una determinata funzione. Ad esempio il lobo occipitale che si trova nella parte posteriore del cervello, è specializzato nella funzione della visione. Questa zona del cervello si sviluppa perché riceve stimoli visivi dall’ambiente e più correttamente tramite le fibre nervose che trasportano impulsi generati a livello della retina degli occhi. Questa zona del cervello se non ricevesse gli stimoli visivi non si svilupperebbe.  Il cervello si modifica nel tempo in base alle attività che svolgo. Se mi esercito con uno strumento musicale, la zona del cervello che è specializzata nell’ascolto della musica e nel suonare lo strumento si attiva con maggiore intensità, rispetto ai periodi precedenti in cui non mi fregava niente della musica.

I rischi della nascita prematura

I continui progressi dell’assistenza neonatologica hanno prodotto una diminuzione notevole della mortalità tra i bambini nati pretermine. Per quelli che non hanno danni neurologici evidenti è difficile fare previsioni sulle possibili conseguenze della prematurità sul loro sviluppo. I bambini che non presentano “danni neurologici maggiori” (paralisi cerebrali infantili) possono sviluppare disturbi specifici, cioè difficoltà a carico di alcune funzioni come la memoria o il linguaggio o l'attenzione, mantenendo comunque una capacità intellettiva nella norma. Alcuni bambini pretermine sono a rischio di sviluppare disturbi del linguaggio. (leggi qui), per gli effetti dell’interazione tra fattori biologici (“immaturità”) e adattamento all’ambiente. Le difficoltà di linguaggio possono interessare a vari livelli la fonologia, cioè la corretta produzione delle parole e la morfosintassi, cioè la corretta produzione delle frasi. Alcuni studi evidenziano che una buona comprensione di parole ed un uso di gesti comunicativi nel secondo anno di vita siano dei buoni indicatori del primo sviluppo verbale cioè vocabolario e prime combinazioni di parole. Altri bambini possono sviluppare una forma di disprassia. Ovviamente in tutti i casi è possibile individuare e intervenire precocemente su tutte le difficoltà.


Costruiamo le categorie

I bambini, fin da piccoli organizzano le loro conoscenze in categorie. Una categoria è ad esempio un gruppo di oggetti accomunati dalla stessa funzione. Oggetti diversi nella forma e nel colore appartengono alla stessa categoria perché svolgiamo con essi la stessa azione. Un bambino può capire che un piccolo contenitore rosso che non ha mai visto prima è una tazza nel momento in cui capisce che serve per bere, esattamente come la grande tazza bianca con i fiori che usa tutti i giorni. Il bambino intuisce l’azione perché la simula “nella sua testa” e in questo modo riesce ad astrarre una caratteristica che non è visibile: serve per bere. Due porte di colore diverso inducono nel cervello lo stesso piano motorio anche se sono differenti nel colore o nella dimensione. Così è bastato che qualcuno ci ha detto che quella tavola con la maniglia si chiama porta, per generalizzare questa conoscenza a tutte le porte

Il neonato imita.

Il bambino inizia a imitare molto presto, addirittura da neonato. Aprite la bocca e uscitegli la lingua, dategli un po’ di tempo e presto quell’esserino proverà a fare la stessa cosa. La cosa bella è che il neonato riesce a imitare anche se non sa ancora di avere una bocca e una lingua e non è in grado di osservarsi. Cioè per imitare non sta ad osservare voi e poi lui e ad aggiustare l’azione in base al confronto visivo. Lui, invece, riesce a confrontare un’”immagine visiva”, che è il vostro volto “buffo” con la lingua di fuori, con la sensazione della sua bocca che si apre e la lingua che si sposta in avanti. E’ in grado di imitare mettendo a confronto due sensazioni diverse: una visiva e una propriocettiva. Semplicemente fantastico. Lo fa. E guarda più a lungo tra vari ciucci quello che ha tenuto in bocca.Il neonato in posizione supina presto riuscirà a ruotare il capo e a orientarlo verso il volto della mamma  o verso qualcosa che fa odore del latte della propria mamma. E a soli 2 mesi inizia a sorridervi, a stabilire un contatto di sguardo e ad emettere suoni gutturali e a interagire come delle persone separate da voi.
Si è addirittura osservato che feti gemelli nella pancia della mamma presentano gesti diversi dal solito, nella forma, se sono orientati a “entrare in contatto” con il  fratellino. E’ proprio vero che siamo programmati per stare con gli altri. E grazie a questo programma il neonato può entrare in contatto con chi si prende cura di lui.  E in questo modo può finalmente "rinascere",

perché non voglio giocare con te

I bambini con disturbo dello spettro autistico non interagiscono con le persone che incontrano, nel modo che sperimentiamo noi, perché non sentono cosa vuole o cosa prova l’altra persona. Non riescono a cogliere le “mille espressioni” che regolano le nostre interazioni. E ancora non riescono a capire che il comportamento che abbiamo può variare a seconda del contesto in cui ci troviamo: al bar, al supermercato, dal dottore, al cinema, ecc. E ciò che è compromessa, ma in misura diversa per ciascun bambino, è non solo la capacità di relazione in se, ma anche la possibilità fin dalla nascita di uno sviluppo regolare di tutte quelle abilità che concorrono a farci diventare competenti sul piano sociale: lo sguardo, l’attesa e il rispetto del turno, l’attenzione e l’emozione condivisa, ecc. Per loro è davvero difficile interpretare i nostri sguardi, le nostre espressioni, le differenti intonazioni della voce, la diversa modulazione mimica, le intenzioni, i desideri e le opinioni, perché ci sono innumerevoli variabili.

Rompiamo gli schemi mentali.

Lo sviluppo e la salute mentale di ogni bambino dipende dalle relazioni e dall'ambiente in cui vive. Il bambino si adatta all'ambiente in cui vive, ma anche l'ambiente si modifica a seconda delle caratteristiche del bambino: bambini con un temperamento vivace o più "lenti" nelle attività e così via.  All'interno delle relazioni intervengono indubbiamente le nostre interpretazioni sui comportamenti osservati. Ad esempio il neonato ha un piccolo rigurgito fisiologico dopo ogni pasto
e i genitori interpretano questa cosa e pensano che così il loro figlio non si nutra a sufficienza e allora provano ad aumentare la quantità del pasto. E il bambino continua a rigurgitare. Tutto questo può essere interpretato dai genitori come un problema e quindi può interferire sulla relazione, perché i genitori non sono naturalmente sereni e questo il neonato lo sente e reagisce. A parte l'esempio, a volte non riusciamo a vedere il nostro bambino, le sue sensazioni, i suoi vissuti, le sue emozioni, le sue motivazioni perché siamo semplicemente bloccati nel nostro schema mentale: non si piange, non puoi desiderare questa cosa, come fai a non capire, ecc. E' possibile interrompere tali dinamiche?. Certo. A volte ci riusciamo da soli, altre volte con l'aiuto di qualcuno, soprattutto se abbiamo riflettuto su noi stessi e su come i nostri giudizi, le nostre convinzioni, i nostri schemi mentali, che sono legati alla nostra storia personale, influenzano le nostre relazioni. Il percorso che ci porta a essere più consapevoli è individuale, ma occorre "fermarsi" per iniziarlo, per riflettere. Lo schema mentale non ci fa essere liberi fino a quando non siamo consapevoli che si tratta appunto semplicemente di uno schema mentale che ci fa agire in automatico, senza pensare. Essere consapevoli significa sintonizzarci con il nostro bambino e con le nostre emozioni, e il resto verrà da se.

I viaggi della speranza.

Il bambino quando è nato ha avuto una grave sofferenza e ha subito dei danni cerebrali, per questo oggi presenta una forma di paralisi, cioè non è in grado di stare seduto da solo, non riesce a stare in piedi, non si muove, non afferra gli oggetti. E’ seguito presso un centro di riabilitazione dove effettua la fisioterapia. E’ in grado di raccontare qualche cosa e di esprimere i propri bisogni. I genitori non si arrendono a questa situazione e vanno in cerca di una soluzione. Hanno sentito parlare di un centro lontano all’avanguardia, dove seguono bambini come il loro. Dopo aver raccolto i soldi, arrivano in un centro bellissimo dove vengono accolti amorevolmente. E’ un contesto diverso, non familiare, ma poco importa. Ci sono tanti soldi da sborsare, ma anche questo non è importante perché i genitori hanno la speranza, anzi sono convinti che in quest’altro centro possono veramente aiutare il loro bambino. La prima cosa che viene detta con molta sicurezza è che loro hanno fatto camminare bambini anche più gravi. Quelli che dicono che il bambino va rispettato e accettato così com'è non capiscono proprio niente. Nel centro bellissimo viene sottoposto ad un trattamento intensivo con il metodo Doman, e ancora vengono proposti ripetuti esercizi passivi. Fisioterapisti che fanno muovere al bambino in continuazione gambe e braccia. Non è importante quello che sente o che prova il bambino, l’esercizio passivo secondo loro può far superare il danno cerebrale. E non importa che il metodo Doman fa parte della storia della medicina, nemmeno lo si studia più nelle scuole, perché è vecchio, superato e sconfessato dagli studi neuro scientifici.
E alla fine delle tre settimane il bambino è naturalmente migliorato, ma solo agli occhi di chi ha investito soldi e speranze. E se il bambino non continuerà a migliorare è perché gli altri non sono bravi abbastanza e non lo saranno mai a sufficienza.

Non riconoscere il miglioramento significherebbe accettare una realtà dolorosa. Significa capire che non è colpa di nessuno, che il bambino non deve essere il bambino che voglio io, lui è e basta, a prescindere da quello che fa o che non fa.

Il bambino non è aggressivo.

 Il bambino non si addormenta, non vuole dormire nel suo letto, si sveglia durante la notte. Non vuole mangiare, strilla, non mi ascolta, risponde male. E’ capriccioso. E’ aggressivo. Non vuole farsi i compiti.  Quando raccontiamo i nostri bambini, quando raccontiamo la loro storia, quando il medico raccoglie l’anamnesi, le nostre parole descrivono difficoltà e problemi come appartenenti solo al bambino. Questi  comportamenti descritti, e tanti altri, invece, nascono  e si svolgono nella relazione, in un contesto particolare, all’interno dei rapporti tra persone, tra genitori e  figli. Ed entrambi mamma e figlio hanno un ruolo.  La “difficoltà” del bambino è la difficoltà della triade, cioè di mamma, papà e figlio. Inoltre la difficoltà è a volte considerata tale, ma in realtà fa parte della fisiologia. Quando il bambino non riesce ad addormentarsi cosa succede realmente?, come reagisce la madre?, cosa pensa il padre?, cosa fanno?, si contraddicono?, non riescono a separarsi e perché? Cosa stanno provando i genitori? E tale analisi non serve assolutamente a individuare colpe, ma semplicemente a capire. A capire che magari stiamo reagendo senza essere consapevole delle motivazioni che stanno dietro a quel comportamento. E quando capiamo e conserviamo un atteggiamento di apertura, il comportamento di tutti cambia naturalmente. Se il bambino “aggressivo”mi aggredisce e io capendo la sua rabbia e la sua sofferenza, lo abbraccio e mi sintonizzo con le sue emozioni e il suo punto di vista, lo stesso bambino non sarà descritto come aggressivo.   

L'autismo non è una malattia.

L'autismo non è una malattia, ad esempio come un'infezione che possiamo curare con una terapia antibiotica che agisce direttamente sulla causa.
L'autismo è un modo di essere, un modo diverso di vedere la realtà, e ogni bambino con autismo è diverso dagli altri, ed è per questo che una terapia specifica, che agisca sulle cause, non può esistere.  Non avendo una cura specifica come nelle infezioni, purtroppo, si diffondono tanti metodi di trattamento. Alcuni di questi sono alternativi rispetto a quelli ufficiali. La diffusione dei metodi alternativi (comunicazione facilitata, terapia chelante, metodo DAN) può essere favorita più che dai risultati, dal modo con cui vengono presentati. Si prospettano soluzioni semplici e spiegazioni semplici del problema. (peraltro non verificate da nessun studio scientifico e non possiamo basarci sulle testimonianze). Inoltre nella storia di ciascun bambino ci sono tanti miglioramenti, sia spontanei, sia conseguenti ad altri trattamenti, che date le aspettative, si tende ad attribuire al metodo alternativo utilizzato. In uno studio i genitori erano convinti che il loro bambino stesse migliorando grazie alla terapia X, anche se in realtà il bambino stava assumendo solo un placebo. E allora dato che le certezze le abbiamo utilizziamo ciò che è sicuro. Per esempio sappiamo come il bambino apprende. Puoi leggere qui.

La mamma ha sempre ragione

La mamma scopre che il figlio ha un ritardo un disturbo dello sviluppo. E’per lui lei vuole il meglio e fa di tutto per garantirglielo. La mamma ha sempre ragione: quando viene richiamata a scuola perché il bambino non ha collaborato e si è comportato male, come se dipendesse direttamente da lei il comportamento che il bambino manifesta a scuola. La mamma ha sempre ragione,  quando sottopone il bambino alle cure con le terapie alternative, non ufficiali. Non è lei che sbaglia, ma chi asseconda le sue aspettative promettendo false speranze con terapie nel migliore dei casi inutili. La mamma ha sempre ragione, quando non fa fare gli esercizi al bambino a casa, lei non è una terapista, non ha studiato come terapista e non riesce a usare le tecniche adatte se qualcuno non la guida. La mamma ha sempre ragione, quando accontenta il suo bambino perché sta piangendo. La mamma ha sempre ragione, quando dice che il suo bambino a casa sa fare le cose che non ha fatto durante il test. La mamma ha sempre ragione, quando vuole la normalità, la mamma ha sempre ragione quando a casa non riesce a ottenere quello che il bambino fa in terapia. La mamma ha sempre ragione quando è stanca, perché lei ha ogni pensiero rivolto al suo bimbo. La mamma ha sempre ragione, quando è confusa e non sa a chi rivolgersi e ascolta solo  il suo istinto. La mamma ha sempre ragione perché il bambino non sempre risponde alle sue sollecitazioni d’amore. La mamma ha sempre ragione perché è la mamma e cerca dentro di se le sue risorse migliori.  

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