"la mela non è un frutto"

Può esistere un apprendimento fatto, solo, a tavolino?.
Apprendiamo dall’esperienze che facciamo ogni giorno. Le conoscenze che abbiamo del mondo non sono  dei contenuti che qualcuno ci ha trasmesso con le parole, non sono contenuti incamerati nella nostra testa, sono delle esperienze che si ripetono, a cui aggiungiamo sempre dei nuovi dettagli. A tavolino non facciamo altro che consolidare qualcosa di cui abbiamo fatto già esperienza, a tavolino acquisiamo piccole variazioni rispetto a ciò che abbiamo già conosciuto. “La mela è un frutto”, “l’auto è un mezzo di trasporto”, NO!. Il bambino va a fare la spesa con la mamma e comprano le cose da mangiare, poi si ricorda che il papà gli aveva chiesto di comprare la frutta e la mamma decide di comprare le mele e chiede al suo bambino se le preferisce rosse o gialle, e comprando le mele rosse gli ricorda la storia di biancaneve. La mela non è solo un frutto, la mela è un’esperienza. Posso conoscere la mela senza averne fatto esperienza? NO.

Ma anche quelle cose nuove che apprendo a tavolino sono piccole variazioni, o novità comunque vicine in qualche modo alla mia realtà, alle mie esperienze di vita: ho appreso a tavolino che questo oggetto si chiama cacciavite”, ma il cacciavite è un attrezzo come il martello, il cacciavite non l’ho mai visto, il martello si, ho visto il papà piantare i chiodi.
Inoltre c’è un apprendimento a tavolino di qualcosa che è nuovo, perché comunque viene paragonata a qualcosa di già conosciuto, di cui si fa esperienza: “l’uccello è un animale che vola”, non apprezzerei questa caratteristica se tutti gli animali volassero. L’uccello è un animale che vola rispetto a tutti gli altri che non volano.

Cosa succede a fare il percorso inverso? Cosa succede se voglio stimolare la conoscenza di qualcosa di cui non si è fatto esperienza? Di qualcosa comunque lontana dalla mia realtà? Di qualcosa che tra l’altro nemmeno mi interessa? Può effettivamente succedere che non c’è un reale apprendimento, succede che la dimentico presto, succede che non la utilizzo, succede che non mi serve.  
E' più stabile l'apprendimento delle cose di cui faccio esperienza. Perché? 
Perché ci sono le emozioni, gli odori, i colori , le relazioni, i ricordi, le persone.

L'autismo e le regole sociali

Giovanni è un bambino con un disturbo dello spettro autistico, frequenta la scuola elementare e ha sviluppato il linguaggio verbale. In classe a volte  lancia oggetti, sta in piedi sulle sedie, grida.
Se viene rimproverato è in grado di capire che ha sbagliato e chiede anche scusa.
Giovanni può avere difficoltà a controllare i suoi impulsi, a prevedere le conseguenze dei suoi comportamenti, o ancora a intuire la motivazione che sta alla base delle regole sociali.
In questi casi è sempre opportuno fare l’analisi dei comportamenti osservati per capire cosa eventualmente li può scatenare.
Ma si può pensare anche un lavoro “a tavolino” sulle regole sociali.
Diverse sono le modalità, ma in sostanza si ragiona sui comportamenti corretti e su quelli da evitare.
Ma quello che fa la differenza con bambini come Giovanni è che con questo lavoro le regole non sono più astratte, ma chiare, precise e soprattutto stabili. Perché ora vengono scritte o rappresentate visivamente. Un messaggio verbale dura un istante, un’immagine attaccata alla parete o al banco è stabile, costante.
Un generico “si rispettano le cose degli altri”, poco chiaro per Giovanni, si sostituisce nella sua mente l’immagine “non si lanciano le penne” con i relativi perché concreti, e così via.

Le persone autistiche ad alto funzionamento (Temple Grandin) ci hanno spiegato che i pensieri, gli oggetti, i sentimenti sono rappresentati nella loro mente sotto forma di immagini. Per questo motivo l’uso delle immagini favorisce l’interiorizzazione di una regola. L’immagine  è stabile, è sempre lì, non deve essere interpretata, è precisa e concreta, e può essere facilmente richiamata alla mente.



Come imparare a ritagliare

Tutti i compiti che svolgi durante la giornata, per te e per gli altri, puoi scomporli in parti sempre più semplici e più piccole.

Vuoi degli esempi?

Lavarsi i denti, pettinarsi i capelli, preparare una cosa da mangiare, indossare una camicia, guidare la macchina: sono tutti compiti che puoi scomporre in tante azioni che rispettano una certa sequenza.

Hai mai pensato quante azioni compi la mattina per lavarti i denti: prima prendi lo spazzolino, poi prendi il dentifricio, togli il tappo... Solo se riesci in ogni singola azione e se rispetti la giusta sequenza avrai i denti puliti. Ma anche la singola azione, se ci pensi, può essere ulteriormente scomposta in azioni più piccole e più semplici. Aprire il tappo del dentifricio comporta una rotazione del polso e contemporaneamente dei movimenti fini delle dita che ruotano il tappo e lo tirano su.

Per quanto abile puoi essere, non hai mai appreso tutte insieme le azioni, qualunque sia il compito da svolgere. Hai sempre imparato prima delle parti più piccole.

C’è stato un tempo precedente, magari quando eri piccolo, in cui ti sei “esercitato” a fare tanti movimenti per altri scopi. Ora quegli stessi movimenti li stai inglobando in compiti diversi e più evoluti.

Questo principio deve essere applicato, soprattutto, per quei bambini che hanno particolari difficoltà a svolgere gli atti della vita quotidiana e non solo: scomponiamo il compito “difficile” nelle parti più piccole e se non basta in parti ancora più piccole.
E ci concentriamo sulle singole azioni, su singoli movimenti,  anche in momenti diversi della giornata. Poi inseriamo l’azione nel compito da svolgere, aiutiamo il bambino se serve e ci sostituiamo a lui per tutto il resto, cioè svolgiamo noi le altre azioni per lui.
Insegniamo ogni singola azione per volta, poi aiutiamolo a svolgerle tutte insieme, nella giusta sequenza. Forniamo ogni aiuto necessario, guidiamo anche fisicamente le sue mani.
In questo modo aiutiamo veramente il nostro bambino, provateci.
Il primo passo è teorico: fare l’analisi del compito per individuare le singole azioni necessarie.
Fai ad esempio, l’analisi del compito “tagliare con le forbici un foglio di carta in due” Sei costretto mentalmente a ripercorrere tutti i passaggi e ti ritrovi a immaginare diverse azioni.
Il passo successivo è l’osservazione del bambino alle prese con le forbici, in questo modo puoi capire quale tra le varie azioni risulta più difficile e se per lui è chiara la sequenza.

Poi si passa all’insegnamento: attraverso la dimostrazione, la guida fisica e verbale insegni un'azione per volta. 

Infine, non dimenticare una buona dose di abbracci, baci e coccole. 

Va bene così

La disabilità si caratterizza per l’incapacità o la difficoltà del bambino a svolgere le funzioni proprie della vita: camminare, parlare, leggere, scrivere, mangiare autonomamente, vestirsi, lavarsi, capire e ragionare sulle cose. Alcuni bambini a causa della loro grave disabilità non potranno acquisire determinati obiettivi e certe abilità: non gli appartengono, non sono insite nella loro natura. Si tratta di obiettivi con un alto valore simbolico, simbolo di una normalità tanto sperata. Obiettivi quasi “imposti”, perché fanno parte di noi, della nostra storia, della nostra cultura. Non riusciamo a pensare a storie diverse, a modalità alternative, perché non le conosciamo e non ne abbiamo esperienza. E allora rischiamo di riversare tante energie e tanti sforzi in una direzione sbagliata, verso obiettivi che non potranno essere acquisiti. Cosa fare in questi casi? Fare più terapia? Aspettare? Continuare a illuderci? Insistere? Cercare proposte alternative? È possibile prenderne atto nel rispetto del bambino? È possibile pensare a una storia diversa da quella sperata? Non lo so, non ho la ricetta. Non si tratta di semplici nozioni da acquisire. Non siamo pronti, non siamo ancora pronti. Ci vuole tempo per capire, per elaborare, per accettare, per toccare con mano, ed è giusto che sia così.

Il bambino non deve piangere

Il bambino, quando è piccolo, apprende e fa tante conquiste, in modo naturale, spontaneo, osservandoci e imitandoci. E quando ripete qualcosa, un suono o un gesto viene tanto gratificato e allora ce lo farà rivedere ancora tante volte perché a lui interessa la nostra reazione. Siamo esseri sociali, siamo nati non per stare da soli, siamo interessati agli altri e vogliamo stare con loro. La crescita cognitiva, affettiva e relazionale, avviene in un clima di fiducia, di serenità, di approvazione, di piacere.
Per questo motivo non possiamo pretendere che se un bambino sta male, se non è sereno, se addirittura piange, possa trovarsi in una condizione favorevole per apprendere.

Di questo si occupa la riabilitazione, di apprendimento.

L’apprendimento presuppone un’intenzionalità al cambiamento, un approccio verso qualcosa di nuovo.

E se questa situazione nuova è qualcosa non gradita al bambino o che lo fa stare male, scatta inevitabilmente un rifiuto e la situazione viene “registrata” nel cervello, grazie all’amigdala, come negativa e non viene favorito così l’apprendimento.

Gli atti che compiamo hanno anche una connotazione emotiva, relazionale, il riconoscimento delle persone e delle cose non è solo un atto cognitivo.

Ci sono dei bisogni che vengono prima di ogni altra cosa: sentirsi sicuri, protetti, sereni, stare bene.

Quando incontriamo il bambino per le prime volte, se questi bisogni vengono soddisfatti, il bambino si pone già in una situazione di apprendimento, perché comunque si relaziona con qualcosa di nuovo.

Se il bambino non vuole fare una determinata attività, chiediamoci prima se i suoi bisogni primari sono soddisfatti e poi facciamo in modo di fargliela desiderare, senza imposizioni.
Se l’emozione che il bambino prova è negativa non ci può essere per lui la voglia di continuare, la voglia di giocare, la voglia di impegnarsi e quindi di apprendere.




Se vuoi aiutarmi, giochiamo insieme

“Batti le mani” chiese la mamma al bambino, mentre io chiedevo se imitava o faceva gesti come “ciao” o “non c’è”. Il bambino continuava a osservare e scrutare per capire quali erano le mie intenzioni e non aveva voglia di fare niente.
Se un bambino è in grado di fare una cosa, se sta bene con voi, se c’è un clima sereno, state tranquilli che prima o poi ve lo mostrerà. Per questo motivo se invece un bambino non riesce, non serve insistere, né servono premi, punizioni, esortazioni: “ma come è possibile, dovresti già saperlo fare!”. Semplicemente non ci riesce, non c’è bisogno di insistere. E allora fatela insieme o fatela voi per lui, fin da subito. Fate in modo che già dall’inizio vede come si fa nel modo corretto, ma fatelo insieme a lui, accanto a lui. E se potete divertitevi, mentre giocate e mostrate. Perché mentre giocate e fate per lui, lui vi osserva, lui simula quello che ha visto fare a voi, come lo avete fatto voi, corretto fin dall’inizio e lo può “fissare” nella sua testa se è coinvolto, se è contento. State tranquilli, che il bambino vi anticiperà nel momento in cui ha capito cosa fare e come farlo e lo vorrà fare anche lui e vi vorrà mostrare che è bravo. Non esistono cose facili o difficili, esistono per tutti cose in cui riesco e cose che ancora non so fare. E allora non serve sapere che è facile o è difficile, o che solo se mi impegno posso riuscire. Serve che ti siedi accanto al bambino e giochi con lui, senza valutare e senza giudicare. 

Il "profilo" del bambino

Avete ospiti a cena, ma avete poco tempo e siete particolarmente stanche. Entra in gioco la vostra personalità e il vostro “profilo neuropsicologico”. Le vostre “funzioni esecutive” vi permettono di pianificare i passi da compiere. Per prima cosa ripassate a mente la ricetta dei piatti che volete preparare. Qui entra in gioco la vostra memoria a lungo termine,  dovete “pescare” da qualche parte nella vostra testa quella ricetta che avete fatto tante volte. Ma la vostra “memoria di lavoro”, vi permette di ripassarla in mente e al tempo stesso di pensare a quali ingredienti avete già a casa. Nel frattempo state guidando la macchina grazie al fatto che avete “automatizzato” tutta una serie di “prassie” (“movimenti in sequenza finalizzati ad uno scopo”) per la guida. E monitorate il traffico, grazie alle vostre abilità percettivo visive in cui chiaramente tutto il corpo è coinvolto con gli occhi e le orecchie. L’attenzione insieme a tutte le funzioni esecutive che monitorano il campo d’azione e pianificano, è sempre in funzione,  e vi consente in ogni istante di fare la cosa più importante. Se ad esempio squilla il telefono, riesco a “inibire l’impulso” di rispondere perché immagino le possibile conseguenze, soprattutto se non posso lasciare le mani dal volante. Intervengono in un breve lasso di tempo le nostre funzioni neuropsicologiche: funzioni esecutive, memoria, attenzione, linguaggio interiore, percezione, abilità prassiche. E agisce anche il vostro controllo delle emozioni, per cui decidete di non arrabbiarvi, perché sapete che la tensione e lo stress inficiano le vostre prestazioni e la torta non viene buona come quando siete rilassate.
Tutte queste funzioni sono coinvolte insieme nell’esempio che ho fatto, e quando una di queste non funziona bene, ecco che emergono delle difficoltà che possono trascinare anche le altre, soprattutto se siamo impegnati in un compito complesso, oppure devo iperstimolare una funzione per compensare quella che non funziona bene. Ad esempio il bambino dislessico che impiega tanta attenzione per svolgere una funzione, la lettura, che non ha “automatizzato”. Il profilo neuropsicologico del bambino serve a individuare quali sono le difficoltà maggiori del bambino e se la terapia sta contribuendo a migliorarle. E la situazione viene monitorata e verificata periodicamente per apportare eventuali modifiche. Questo profilo si ottiene tramite la somministrazione di test che valutano appunto l’intelligenza e tutte le funzioni neuropsicologiche. Ci sono compiti, più complessi, come nell’esempio riportato, in cui le funzioni neuropsicologiche intervengono tutte insieme, ma ci sono test e compiti specifici che servono appunto a misurare e a intervenire solo su una determinata funzione.
Ovviamente, prima di ogni profilo, non lo dimentichiamo mai, c’è sempre il bambino, con la sua personalità, il suo temperamento, la sua esuberanza e le sue esigenze.                                   

Il farmaco per calmare il bambino.

Vengo chiamato dalle insegnanti perché il bambino, che frequenta la scuola elementare, non ascolta, non rispetta le regole, continuamente infastidisce i suoi compagni e grida.
A volte capita anche che alla minima frustrazione si butti a terra, in preda ad una forte agitazione. Il quadro che mi viene descritto è decisamente negativo. Cerco di contestualizzare i comportamenti, di individuare delle situazioni scatenanti, di capire un po' di più. Ma le insegnanti sono stanche, e chiamano di continuo la mamma perché si riporti a casa il bambino. Osservo da vicino uno di questi episodi, il bambino è lasciato solo con la mamma all'entrata della scuola, non vuole entrare: grida e tira calci e pugni. Ma nessuno gli si fa incontro. La mamma è confusa, non sa cosa fare, si guarda intorno, è stanca di essere chiamata quasi ogni mattina.
La richiesta che mi viene fatta è una sola: il farmaco per farlo calmare. Si effettivamente il farmaco può contribuire a ridurre la sua reattività e la sua agitazione, a regolare il suo comportamento. E alcuni bambini, anche se non sono chiari i motivi, hanno una chiara incapacità a regolare i propri impulsi, a controllare il comportamento e a inibire certe condotte e sembrano non rendersi conto delle conseguenze di certi comportamenti. E per questi bambini un intervento comportamentale deve essere attuato, ma può non bastare. Si prende in considerazione il farmaco. Si cerca di individuare la dose minima efficace e di monitorare l'eventuale comparsa di effetti collaterali. E si verificano insieme alla famiglia, dopo un periodo, se i benefici sono tali da giustificare la continuazione della terapia. Il farmaco, però, non è sufficiente da solo, se non viene accoppiata appunto una terapia comportamentale. Ma ritornando al nostro bambino, c'è una cosa che va fatta prima del farmaco e prima di qualunque terapia comportamentale: conoscere il bambino e accettarlo a prescindere. E lui lo sente quando si sente accettato, anche se è in preda ad un incantesimo, siamo lì con lui e aspettiamo che si calmi, lo rassicuriamo, gli parliamo dolcemente. E stiamo lì, anche se non condividiamo il suo comportamento, anche se non lo accontentiamo nelle sue richieste.

Perché ancora non hanno inventato il farmaco che possa fare sentire il bambino accolto. 

Prepariamo tante belle torte

Viviamo ogni giorno percorrendo gli stessi sentieri conosciuti, dentro le nostre abitudini. Da quando ci alziamo la mattina ripetiamo gli stessi comportamenti. Lo facciamo perché sappiamo cosa ci aspetta e ciò ci rende più sicuri e tranquilli.  Le situazioni nuove non le cerchiamo o possiamo trovare delle scuse per evitarle, per non affrontarle. A volte invece, di fronte alle difficoltà, ci impegniamo con determinazione, ma possiamo non arrivare dritto alla meta perché non abbiamo programmato bene la strada o ancora dobbiamo semplicemente aspettare. Quando i nostri bambini si trovano ad affrontare delle difficoltà di apprendimento a scuola, iniziamo a studiare anche noi per cercare di capire come aiutarli. Ecco la situazione nuova a scuola: il bambino viene accostato a delle sigle come DSA o BES. Gli insegnanti iniziano a prendere consapevolezza che effettivamente il bambino ha delle difficoltà, ma continuano a fare quello che hanno sempre fatto, perché hanno 30 bambini e non “possono fare un programma diverso per ciascuno”. Si trovano ad affrontare una situazione nuova: potrebbero entusiasmarsi nel prendere in mano da protagonisti la didattica, modificandola con creatività e adattandola per fare emergere il meglio, potrebbero accettare la situazione senza attribuire responsabilità, o potrebbero pretendere di continuare a fare quello che hanno sempre fatto.  I genitori sperimentano in prima persona le difficoltà del bambino, che nonostante studi non ottiene risultati. Iniziano a sviluppare sensibilità e competenze. Toccano con mano. Capiscono ad esempio che se leggono al bambino la storia, lui la comprende e la sa anche ripetere. E allora iniziamo a spiegare le difficoltà alle insegnanti, cerchiamo con l’aiuto di specialisti di sensibilizzare, presentiamo certificati, ma non otteniamo il cambiamento che vorremmo. Qui sta il punto: possiamo essere artefici del cambiamento nel momento in cui parte da noi, concretamente, e facciamo toccare con mano i benefici. Prima di tutto nel bambino, concordando con lui ogni strategia che lo renda il più autonomo possibile. Questo è il cambiamento: non aspettiamo che siano gli altri ad adottare il nuovo approccio, le nuove strategie. Iniziamo noi, operatori e genitori. Ci deve pur essere qualcuno che inizia. Non possiamo aspettare. Semplicemente perché percorrendo la strada conosciuta stiamo andando a sbattere: il bambino sta perdendo la voglia di studiare
, non apprende e noi siamo stanchi di lottare. Io personalmente preferisco mangiarmi la torta già pronta e che sia qualcun altro a prepararla, altrimenti ci rinuncio. Ecco quello che voglio dire: portiamo tante belle torte pronte da assaggiare, facciamo sentire che sono buone, perché la ricetta da sola non basta per invogliare gli altri a prepararle.
   

Qual è la spiegazione del suo disturbo.

Quando il bambino manifesta un disturbo dello sviluppo, che riguardi il linguaggio, l'attenzione, o la relazione, la prima domanda che ci si pone è “perché presenta tale disturbo?, Quali sono le cause?, Cosa devo fare per individuarle?”. E allora inizia la ricerca, su internet, parlando con medici e operatori vari, confrontandosi con chi ha già affrontato situazioni simili. Ma non sempre si ottengono risposte soddisfacenti o risposte univoche. Ci sono casi in cui è chiara nella storia del bambino la correlazione del disturbo con una causa, con una malattia: per esempio una particolare sofferenza nel periodo che precede il parto o subito dopo o una malattia che abbia interessato il sistema nervoso. Ma in tanti altri casi la causa non si vede, “non c'è”: penso al ritardo del linguaggio, al disturbo dello spettro autistico, alla disprassia, alla disabilità intellettiva, ai disturbi dell'apprendimento e dell'attenzione. Gli esami effettuati non evidenziano niente di significativo. Facciamo una digressione sull'argomento con alcuni spunti riguardo al nostro modo di funzionare su questo mondo.
Ognuno di noi si relaziona e agisce nel proprio ambiente sulla base delle caratteristiche del proprio sistema “mente-corpo” e del proprio contesto di vita. Mente e corpo non sono separate, l'una non può esistere senza l'altro. Quando tocco un oggetto ho un'esperienza tattile sulla base del fatto che ho utilizzato attraverso il corpo, appunto, un approccio tattile. Le informazioni che ricevo dall'ambiente hanno caratteristiche diverse in base al tipo di modalità di approccio che utilizzo: visiva, tattile, olfattica, ecc. Cioè è l'azione che svolgo o immagino con il corpo che mi fa avere una determinata sensazione e quest'azione è coordinata dal cervello.
Altro aspetto importante sono i significati condivisi: un pezzo di carta (banconota) acquista valore solo perché è condiviso e non perché il valore sia intrinseco al pezzo di carta. E poi c'è la nostra storia che ha plasmato il nostro cervello. Quando interagiamo il cervello, tutto insieme, assume determinate configurazioni. Ma quando la “realtà è ben lontana” dalla propria, come un'attività proposta o un gioco, qualunque persona non riesce ad adattarvisi e a rispondervi perché richiederebbe un cambiamento grande rispetto alla configurazione del proprio cervello. Possiamo rispondere alla realtà solo quando questa richiede piccole variazioni di configurazione del nostro cervello. Sono aspetti tecnici, lo capisco. Ma con questo voglio dire che per ogni aspetto della nostra vita c'è una spiegazione, una causa, una determinata configurazione del nostro cervello, un particolare adattamento. E c'è una spiegazione anche se non la vedo, ed è riduttivo (per quanto scritto) trovare la spiegazione solo nel cervello o nel corpo, o nell'esperienza. E nel caso dei disturbi dello sviluppo? In un certo senso può valere lo stesso discorso: la causa c'è ma non la vedo. I geni (DNA) modellano lo sviluppo del sistema nervoso, e quando il bambino interagisce, il suo cervello (integrato con il corpo) assume determinate configurazioni, che poi si possono modificare con l'esperienza e la terapia, ecc. ecc. Dove è la causa? Qual è la spiegazione? E' possibile individuarla in una risonanza del cervello? O dentro una mappa cromosomica?. Posso riconoscere, intuire un pezzetto di storia o un pezzetto di una catena fatta di tanti anelli: il DNA, l'esperienza, il corpo, la propria storia, la propria famiglia, il proprio contesto di vita. Gli anelli interagiscono fra di loro e sono tutti importanti, ma non è possibile conoscerne il peso.

Cosa desideriamo per i nostri figli?

Ma in fondo cosa desiderano i nostri figli? E noi genitori cosa desideriamo per loro? Forse queste domande non ce le poniamo spesso o non ce le poniamo affatto, perché siamo presi da mille pensieri, dai problemi quotidiani, o forse perché pensiamo di saperlo.
I bambini ci chiedono, se potessero, di essere amati per come sono, di essere trattati con dolcezza, di poter essere loro i “padroni” della loro vita.
Noi sicuramente desideriamo che siano felici, capaci di gratitudine, in grado di rispettare le cose e le persone,  che siano sicuri di sé, indipendenti, con una buona autostima per cavarsela nella vita.
E vogliamo che siano anche bravi. Ma cosa significa essere bravi.

Essere bravi significa forse non piangere, non fare capricci e seguire tutti i nostri consigli e le nostre indicazioni.  A prescindere.

Ma il “bravo” bambino, che ad esempio smette di piangere e si addormenta, nel tempo può diventare un bambino che  si arrende e non tiene conto dei propri desideri e sentimenti, perché ciò che conta è altro.

Ci hanno insegnato a rispettare le regole, ad essere bravi, a fare determinate cose perché c’è un’autorità che lo dice, al costo di rinunciare o peggio finire per non sentire i nostri bisogni, sentimenti e desideri.

In realtà per cavarsela nella vita non contano le regole o le conoscenze, ma l’accettazione di se stessi, l’autostima, la fiducia nelle proprie capacità, le passioni. E perché queste virtù nei bambini si possano sviluppare quello che conta veramente è consentire che la loro natura possa emergere, che i loro sentimenti siano riconosciuti, che di mamma e papà si possano fidare e possano chiedere tutto ciò di cui hanno bisogno.

L’accettazione e l’empatia hanno il potere di grandi trasformazioni.
Ma per fare tutto ciò occorre una presa di responsabilità da parte nostra, occorre porsi le domande, fermarsi per riflettere. E godere e provare stupore semplicemente della loro presenza




Non c'è niente da "sbloccare"

Quando osserviamo i bambini, le loro conquiste, i loro progressi, le prime parole, i primi passi, siamo presi da stupore.  Siamo orgogliosi, siamo onorati di essere partecipi di queste meraviglie. Ma ogni conquista, grande e piccola, è inserita all’interno di un percorso, che inizia molto presto e cioè fin da quando il bambino si trova dentro la sua mamma. Ogni conquista non avviene a caso, ma presuppone un lungo “studio” da parte del bambino e tanto amore da parte dei suoi genitori. Pensiamo ad esempio alle prime parole. Il bambino inizia a familiarizzare con i suoni della sua lingua fin da quando è dentro la pancia della mamma. E da neonato inizia anche a distinguerli. E’ particolarmente affascinato davanti al volto della sua mamma che le canta e le sussurra una ninna nanna. Già dai primi mesi il neonato comincia a “dialogare” con tutto il suo corpo, con la mimica e con i vocalizzi. E ben presto comprende che con il pianto ottiene l’attenzione e le coccole, e vengono così soddisfatti i suoi bisogni primari. La sua mamma interpreta continuamente i suoi comportamenti, attribuendovi significati e intenzionalità: “hai fame?”, “si vuoi la tua mamma”. E poi ci sono i primi suoni: “ma-ma, ba-ba,”. E lì la mamma si precipita, con un grande sorriso: “siii, hai detto mamma” e iniziano il gioco e le coccole. Il cammino è veramente lungo e avviene in modo naturale, senza rendercene conto, ma presuppone un fluire continuo di relazioni ed emozioni. Perché solo dentro la relazione avvengono le conquiste, senza relazione il bimbo non cresce, non nasce. “Mi muovo dentro un ambiente che voglio conquistare e conoscere e dentro la relazione con chi si prende cura di me”.
E quando il bambino ha difficoltà, o un ritardo, ci dimentichiamo cosa c’è dietro una conquista, ci dimentichiamo quali abilità sono necessarie perché il bimbo pronunci le sue prime parole. E pensiamo che ci possa essere l’esercizio, il massaggio, la medicina che possa inserirsi dentro quel percorso, che possa liberare il bambino da chissà quale “blocco”. Ci dimentichiamo che il cervello e tutto il corpo sono plasmati dall’esperienza, ma solo da quelle esperienze ripetute in cui il bambino è protagonista che agisce nell'ambiente. Non esiste l’esercizio speciale che consenta al bambino di apprendere, di riuscire a parlare e a camminare, a leggere e a scrivere se lui non è protagonista. E protagonista lo è anche il neonato, che quando alza il capo e lo orienta verso la sua mamma, non lo fa certo perché i suoi muscoli sono cresciuti o perché l’abbiamo liberato da chissà quale blocco.
  

Come aiutare il bambino "iperattivo".

Tutti i bambini possono presentare più o meno frequentemente dei comportamenti non appropriati, o ancora quelli che definiamo comunemente capricci. Nella maggior parte dei casi riusciamo a individuare  i motivi e basta un po’ di comprensione, accettazione e qualche regola e il bambino gradualmente impara a utilizzare altri comportamenti, più appropriati, per esprimere bisogni e desideri. Ma ci sono alcuni bambini, che più di altri, fanno decisamente fatica a controllare il proprio comportamento: sono irrequieti, passano facilmente da una cosa all'altra, possono essere impulsivi, non ascoltano, non completano le attività,  si alzano in continuazione. Questi bambini, al di la delle definizioni che possiamo utilizzare, hanno una vera e propria difficoltà ad autoregolare il comportamento, e ciò non dipende dal tipo di educazione o come direbbe qualcuno dall’assenza di regole.

E per loro che vale ancora di più la regola (che vale per tutti), che se vogliamo ottenere dei cambiamenti positivi dobbiamo premiare i comportamenti adeguati: ad esempio se durante la prima ora a scuola il bambino sta seduto solo i primi dieci minuti ma poi si alza in continuazione, solo se lo premiamo per il tempo che è stato seduto, il giorno dopo andrà meglio. La punizione, la mortificazione, l’umiliazione nel medio e nel lungo termine non ci fanno ottenere i cambiamenti sperati. Occorre definire i comportamenti che vogliamo ottenere, perché non basta dire “se fai il bravo poi ottieni….”. “Se fai il bravo” è troppo generico” e non ci permette di apprezzare i piccoli cambiamenti positivi del comportamento, infatti nell’arco della mattinata il nostro bambino sarà stato seduto a seguire la lezione, ma si sarà alzato e avrà disturbato tante volte, per cui alla fine della giornata non avrà ottenuto nessuna gratificazione, se non abbiamo definito bene il nostro obiettivo. Ricordiamo che è l’esperienza del successo che ci motiva a cambiare e a continuare ad adottare un dato comportamento. E allora quello che si può fare con i bambini che hanno difficoltà ad autoregolarsi è identificare un comportamento che vogliamo ottenere, un comportamento che sia ben calibrato: se oggi il nostro bambino sta seduto solo 15 minuti, il nostro obiettivo sarà arrivare a 20 minuti e gradualmente sempre più, e lo premiamo ogni volta con una bella “faccina sorridente” che mettiamo bene a vista. E le “faccine” saranno sempre di più e alla fine della fila di faccine c’è il disegno del premio che riceverà. Le faccine saranno facilmente visibili al bambino.
Ripeto, se vogliamo ottenere dei cambiamenti il bambino deve sperimentare il successo. Il successo è dato dal premio per essere stato seduto 20 minuti e lo aiutiamo per raggiungere il suo obiettivo e lo premiamo anche se poi si è alzato per il resto dell’ora. Perché il nostro obiettivo non era “fai il bravo”, ma “stare seduti per 20 minuti a seguire la lezione”, e lui si è dovuto impegnare per raggiungere quel tempo. Lo stesso principio e la stessa tecnica vale per tutti gli altri comportamenti che vogliamo ottenere.

Come capire se quello che sto facendo per il bambino è utile.

Quando abbiamo realizzato che il nostro bambino aveva bisogno di fare la riabilitazione, ci siamo rimboccate le maniche e abbiamo iniziato con tanto impegno e speranza questo percorso. Abbiamo incontrato tante persone, alcune con visioni diverse rispetto all'intervento e alla valutazione. Abbiamo letto tanto, soprattutto su internet: tante proposte riabilitative diverse, alcune delle quali che promettono la guarigione. Ma ora c'è da prendere una decisione: "chi ascolto?", "chi avrà ragione?".
Sulla base della mia esperienza e formazione individuo alcuni criteri che vi possono guidare in queste scelte.
Ricordate che ciò che va bene per un bambino e la sua famiglia non è detto che vada bene anche per un altro. E questo lo ricaviamo dall'esperienza.

Se sottoponete il bambino a tanti trattamenti, senza un unica regia, e con modalità diverse, non è detto che sia proficuo.

Mantenete un atteggiamento di riflessione e di attesa di fronte a proposte che lasciano intravedere soluzioni semplici e facili al problema.

Seguite anche il vostro istinto per capire cosa è veramente utile e cosa non lo è, lasciando anche stare le proposte più seguite e famose.

Valutate anche seguendo il criterio del "buon senso", perché alcune tecniche di riabilitazione non lo soddisfano.

Considerate ancora che per giudicare se una cosa è buona e di buon senso, questa deve poter essere tranquillamente pensata e proposta anche per bambini con uno sviluppo tipico e regolare.

E poi, deve essere sempre chiara la relazione tra la difficoltà del bambino e il tipo di attività che gli viene richiesta da svolgere: ciò significa che se la difficoltà riguarda il linguaggio, gli esercizi verteranno sul linguaggio; se le difficoltà riguardano l'apprendimento il lavoro sarà svolto su lettura, scrittura, abilità percettive, di linguaggio ecc., strettamente collegate appunto con l'apprendimento, se la difficoltà è di tipo motorio verranno svolti esercizi cognitivi che prevedano un impegno motorio per risolverli, e così via per tutte le funzioni.

Altro criterio è la chiarezza degli obiettivi, che devono essere facilmente verificabili e in qualche modo misurabili.

E infine c'è il bambino che sta bene, è motivato e ha il piacere di impegnarsi, perché altrimenti non c'è cambiamento, non c'è apprendimento.

Lettera di un genitore.

Quando mi comunichi la diagnosi, e mi spieghi cosa ha mio figlio, perché non parla, perché ancora non cammina, non lo fare solo in un incontro. Accompagnami in questo percorso di accettazione, di adattamento, io non ero pronto, mi ero immaginato un altro bambino. Dammi il tempo di cui ho bisogno. Non mi dare tutte le risposte, rispondi solo alle domande che ti pongo, per le altre ancora non sono pronto. Io ho bisogno di sperare. Non mi giudicare, io non sono un tecnico come chi ha studiato tanto per capire certe cose, non sono abituato a certi termini e non ne ho esperienza. E poi io dimentico e cancello alcune informazioni, aiutami a capire soprattutto nel momento in cui mio figlio non cammina o non parla come gli altri bambini. E non mi giudicare se voglio sentire altri pareri, perché ancora il dolore è vivo. E credimi quando ti racconto le cose belle che fa mio figlio, anche se a te non le ha fatte. Lo so dovrei capire in fretta per il bene del mio bambino, perché rischio di sbagliare o di chiedergli delle cose troppo difficili, ma ho bisogno ancora di tempo. E poi io sto iniziando a capire, spiegatelo alle insegnanti o ai miei parenti, che mi pressano in continuazione e hanno capito ancora meno di me. Accettami come sono e comprendimi. Lo so che sono diventato troppo protettivo nei confronti del mio bambino, ma lo vedo ancora debole e non tutti ancora hanno capito cosa ha, e lui non si fa capire bene. A volte ho paura di sbagliare ed è per questo che ancora non me ne occupo come vorresti. E allora ti chiedo di aiutarmi a trovare dentro di me le risorse e la forza necessarie, per tutto.

Onoro il bambino.

Viviamo continuamente in funzione di qualcosa da raggiungere e da ottenere. Giudichiamo qualcosa o qualcuno facendo confronti tra come vediamo e come secondo noi dovrebbe essere. Spesso lo facciamo in modo automatico,  senza rendercene conto. Questo approccio alla vita finisce per condizionare la nostra esperienza: sono ad esempio i “se” e i “ma” che utilizziamo spesso e che danno un colore diverso alle cose che ci accadono. E finiamo per reagire non a ciò che ci accade in se, ma ai nostri pensieri, ai nostri giudizi, che sono stati creati da noi, nella nostra mente. Ciò è dimostrato dal fatto che di fronte alla stessa situazione ognuno di noi può avere reazioni diverse e il nostro stato d’animo è condizionato dalla reazione, dal giudizio e dalla interpretazione che formuliamo su quella situazione. Formuliamo giudizi e interpretiamo di continuo anche con i nostri bambini: “ancora non ha imparato a….”, “ogni volta che mangia……., invece sua sorella….”, “ancora non parla…..tuo figlio invece..”, “non ha imparato a mangiare da solo…”. Questo atteggiamento emerge soprattutto nelle difficoltà. Non accettiamo un dato comportamento, una difficoltà perché secondo noi dovrebbe andare diversamente: “dovrebbe essere più sicuro”, “a questa età dovrebbe pronunciare già tante più parole..”, “non riesce a staccarsi  da me…”. Potremmo fare mille esempi, in cui esprimiamo una visione della realtà che cela un confronto tra ciò che è e come noi pensiamo e speriamo dovrebbe essere.  Ciò finisce per condizionare la visione che abbiamo del bambino e quindi anche il nostro atteggiamento: ci rapportiamo, in alcuni momenti, in funzione del raggiungimento di un comportamento e del superamento di una difficoltà.  E giudichiamo il bambino in base al comportamento che vogliamo cambiare (“ora si che sei bravo”) e a volte utilizziamo anche le etichette. Le etichette alterano la percezione della realtà e la restringono: “è pigro…”, “è insicuro..”, “è capriccioso”, ecc. Magari lo è veramente in alcuni momenti e va bene così. Ma non può essere solo questo naturalmente,  non tutto è riconducibile all’etichetta utilizzata. Il nostro comportamento non è giusto o sbagliato, non c’è il genitore e l’educatore perfetto. Ma prendere consapevolezza di questi meccanismi ci permette di godere ancora di più dei momenti passati insieme, passati insieme per il piacere e la genuinità dell’incontro, della relazione. Onoro il bambino per come è e basta, senza alcuna pretesa, senza alcun giudizio.




Il bambino deve essere gratificato, sempre

Ho conosciuto tanti bambini con la dislessia. La famiglia si rivolge a me per la diagnosi. Tutti hanno un percorso scolastico  simile: la difficoltà ad apprendere a leggere e a scrivere e la lentezza e gli errori nella lettura e nella scrittura. Ma nel momento in cui spiego quali sono le difficoltà del bambino, descrivendo un quadro che è diverso da quello che si erano fatti, ecco che la mamma si ferma e riflette e ha uno sguardo di comprensione verso il suo bambino. E’ come se finalmente qualcuno riconosca le cose per come realmente sono. Invece finora si doveva andare dietro i soliti schemi: è svogliato, non si esercita abbastanza, deve leggere di più, se non legge bene è perché sta poco attento. Ora c’è una sorta di rivincita. Finalmente!. Ma a questo punto che si fa. Il mio pregiudizio è che le cose non cambiano perché c’è una diagnosi, una certificazione. Perché il bambino è intelligente, non ci sarebbe bisogno di certificarlo. Può seguire gli stessi programmi, adattando con cura e creatività la didattica. E curandoci del bambino. E non è necessaria una certificazione per gratificare comunque un bambino che è lento nella lettura. Perché se vogliamo motivarlo gli dobbiamo dire che è bravo, perché è bravo realmente. Se vogliamo motivarlo allo studio deve essere gratificato sempre, anche quando sbaglia: “ti sei impegnato davvero, riguarda queste parole, hai letto meglio di ieri”. Se è visto “lento”, “incapace”, non ce la farà, si stancherà e perderà la voglia di studiare. Possiamo vedere il bambino al di là di come legge e scrive?: “E’ molto intelligente, se solo si impegnasse nella lettura…”. Non dimenticherò mai, invece, una frase dell’insegnante di scuola elementare di mio figlio, di fronte alle pagine scritte male: “ma questo è lui”. Come dire, va bene così. Qualcuno potrebbe obiettare che in questo modo non si sprona il bambino. NO. Perché il genitore si sente sollevato e non sta a giudicare il suo bambino, e lo sa già come aiutarlo, lo fa già. 

La relazione sopra ogni cosa

Prendiamo lentamente consapevolezza del fatto che il nostro bambino ha bisogno di un aiuto in più, più specifico per progredire meglio nel suo sviluppo. Per questo  possiamo avvalerci di figure professionali, che valutano il bambino e le sue abilità. Individuate le eventuali difficoltà e le abilità del bambino, vengono stabilite essenzialmente due cose: gli obiettivi del nostro intervento e il come raggiungere questi obiettivi. Gli obiettivi non devono tenere conto dell’età del bambino, ma delle sue abilità e delle sue difficoltà. E le attività e gli obiettivi li collochiamo nell’ “area di sviluppo prossimale” del bambino, cioè sono vicini rispetto al livello delle sue abilità e si adattano alle sue caratteristiche. Ma c’è una cosa che conta ancora di più degli obiettivi e delle tecniche utilizzate, una cosa fondamentale perché il nostro intervento riesca, sto parlando della Relazione. La relazione presuppone la nostra capacità di entrare in sintonia con il bambino. In sintonia con i suoi bisogni, con il suo stato d’animo, con la sua stanchezza, con la sua motivazione, con la sua voglia di avere vicino la mamma, con le sue difficoltà. Entrare in sintonia significa rispettare i suoi tempi, perché ognuno di noi ha dei tempi e dei modi per stabilire e mantenere la relazione. E i bambini non li possiamo ingannare, perché loro lo sentono quando siamo sintonizzati, tutti i bambini lo sentono. E lo sentono non dalle parole che utilizziamo, ma dal nostro atteggiamento tranquillo, dal tono della voce, dalla postura, dalla gestualità, dalla nostra pazienza. E quando non siamo sintonizzati con il bambino, dobbiamo avere la forza di fermarci e fare un passo di lato.. e semplicemente riflettere. Perché nel momento in cui capiamo che siamo noi poco tolleranti, noi arrabbiati, noi impazienti, noi tesi e il bambino non c'entra niente, ecco in quel momento la relazione può tornare nuovamente a fluire.
   

Il bambino è sacro.

Ogni bambino è sacro, come sono sacri i suoi genitori.
La sacralità è l’essenza più intima di ciascuno di noi, che è sempre presente e non cambia, al di là di come ci chiamiamo, di come ci comportiamo, di come ci sentiamo, di cosa pensiamo e di cosa pensano gli altri di noi.
La nostra essenza più profonda, di cui non siamo consapevoli perché travolti da mille pensieri, rimane immutata anche se cambiano i nostri comportamenti, il nostro corpo e l’immagine che gli altri hanno di noi. Ci identifichiamo con un comportamento, con una storia personale, con un’immagine, con un’appartenenza a qualcosa o a qualcuno, ma tutto cambia e tutto passa, ma possiamo fare sempre e comunque l’esperienza che il nostro se più profondo è lì integro, immutato.

Rispettiamo questa sacralità del bambino, questa essenza profonda, la sua essenza più intima, la sua unicità, presente dietro il suo aspetto, i suoi comportamenti. Guardiamo il bambino che ho davanti al di là dei nostri giudizi su di lui. Lo amiamo e lo accettiamo per come è, e non perché si comporta come vogliamo noi.  Capiamo che reagiamo ad un nostro pensiero,  cioè a una interpretazione del comportamento osservato, che non coincide affatto con il bambino e con la sua sacralità. Capiamo quale bisogno nasconde il bambino, quale emozione, quale desiderio dietro a quel comportamento. Capiamo che se desidera qualcosa che non può avere non è sbagliato. Capiamo che per il bambino lottare per avere la sua mamma non è un comportamento sbagliato. Capiamo la sua sofferenza al di là delle apparenze. Guardiamo la sua unicità, facciamo esperienza della sua sacralità, della sua natura, al di là dei pianti, delle grida e dei comportamenti che riteniamo sbagliati. Perché il bambino cresce e cambia perché il cambiamento fa parte di lui. E diventa un adulto Maturo, non perché rispetta le regole che abbiamo imposto noi, ma perché è stato visto, riconosciuto, rispettato, accettato, amato, così come Lui è. Quando ci hanno capito e riconosciuto al di là di tutto, quando abbiamo onorato ed è stata onorata la nostra sacralità, cambiamo, cresciamo e diventiamo padroni della nostra vita.
   

Valutare il bambino con disturbo dello spettro autistico

Conosciamo e valutiamo i bambini con disturbo dello spettro autistico attraverso le osservazioni, i test e i questionari rivolti ai genitori. Descriviamo in questo modo le caratteristiche del bambino, le sue abilità emergenti e le sue difficoltà. Un'abilità si definisce emergente quando occorre un po' di aiuto da parte dell'operatore per portare a termine il compito del test. Un aiuto può essere dato dalla dimostrazione di come si fa, da un'istruzione verbale o dalla guida fisica. Questi profili indirizzano il nostro intervento.
Alcuni test tracciano un profilo delle abilità, senza che questo coincida necessariamente con il funzionamento intellettivo del bambino. Mi spiego meglio: quando il bambino è piccolo le sue abilità di imitazione, di coordinazione occhio mano, di percezione, di motricità, “misurate” con il test, possono corrispondere a quelle di un bambino più piccolo rispetto alla sua età.

Questo profilo più basso non sempre corrisponderà ad un funzionamento intellettivo basso quando il bambino sarà più grande e non sempre corrisponde al reale profilo di funzionamento del bambino.

Cosa può succedere. Prendo in esame alcune situazioni comuni: il bambino non collabora all'esame, perché è stanco, perché non è interessato, perché non ha compreso

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