Viviamo ogni giorno percorrendo
gli stessi sentieri conosciuti, dentro le nostre abitudini. Da quando ci
alziamo la mattina ripetiamo gli stessi comportamenti. Lo facciamo perché sappiamo cosa ci
aspetta e ciò ci rende più sicuri e tranquilli. Le situazioni nuove non le cerchiamo o
possiamo trovare delle scuse per evitarle, per non affrontarle. A volte invece, di fronte alle difficoltà, ci
impegniamo con determinazione, ma possiamo non arrivare dritto alla meta perché
non abbiamo programmato bene la strada o ancora dobbiamo semplicemente
aspettare. Quando i nostri bambini si trovano ad affrontare delle difficoltà di
apprendimento a scuola, iniziamo a studiare anche noi per cercare di capire
come aiutarli. Ecco la situazione nuova a scuola: il bambino viene accostato a
delle sigle come DSA o BES. Gli insegnanti iniziano a prendere consapevolezza
che effettivamente il bambino ha delle difficoltà, ma continuano a fare quello
che hanno sempre fatto, perché hanno 30 bambini e non “possono fare un programma
diverso per ciascuno”. Si trovano ad affrontare una situazione nuova: potrebbero
entusiasmarsi nel prendere in mano da protagonisti la didattica, modificandola
con creatività e adattandola per fare emergere il meglio, potrebbero accettare
la situazione senza attribuire responsabilità, o potrebbero pretendere di
continuare a fare quello che hanno sempre fatto. I genitori sperimentano in prima persona le
difficoltà del bambino, che nonostante studi non ottiene risultati. Iniziano a
sviluppare sensibilità e competenze. Toccano con mano. Capiscono ad esempio che
se leggono al bambino la storia, lui la comprende e la sa anche ripetere. E
allora iniziamo a spiegare le difficoltà alle insegnanti, cerchiamo con l’aiuto
di specialisti di sensibilizzare, presentiamo certificati, ma non otteniamo il
cambiamento che vorremmo. Qui sta il punto: possiamo essere artefici del
cambiamento nel momento in cui parte da noi, concretamente, e facciamo toccare con mano i benefici. Prima di
tutto nel bambino, concordando con lui ogni strategia che lo renda il più
autonomo possibile. Questo è il cambiamento: non aspettiamo che siano gli altri
ad adottare il nuovo approccio, le nuove strategie. Iniziamo noi, operatori e
genitori. Ci deve pur essere qualcuno che inizia. Non possiamo aspettare.
Semplicemente perché percorrendo la strada conosciuta stiamo andando a
sbattere: il bambino sta perdendo la voglia di studiare
, non apprende e noi
siamo stanchi di lottare. Io personalmente preferisco mangiarmi la torta già
pronta e che sia qualcun altro a prepararla, altrimenti ci rinuncio. Ecco
quello che voglio dire: portiamo tante belle torte pronte da assaggiare,
facciamo sentire che sono buone, perché la ricetta da sola non basta per
invogliare gli altri a prepararle.La riabilitazione e la neurologia dei bambini spiegata semplicemente.
Qual è la spiegazione del suo disturbo.
Quando il bambino
manifesta un disturbo dello sviluppo, che riguardi il linguaggio,
l'attenzione, o la relazione, la prima domanda che ci
si pone è “perché presenta tale disturbo?, Quali sono le cause?,
Cosa devo fare per individuarle?”. E allora inizia la ricerca, su
internet, parlando con medici e operatori vari, confrontandosi con
chi ha già affrontato situazioni simili. Ma non sempre si ottengono
risposte soddisfacenti o risposte univoche. Ci sono casi in cui è
chiara nella storia del bambino la correlazione del disturbo con una
causa, con una malattia: per esempio una particolare sofferenza nel
periodo che precede il parto o subito dopo o una malattia che abbia
interessato il sistema nervoso. Ma in tanti altri casi la causa non
si vede, “non c'è”: penso al ritardo del linguaggio, al disturbo
dello spettro autistico, alla disprassia, alla disabilità
intellettiva, ai disturbi dell'apprendimento e dell'attenzione. Gli
esami effettuati non evidenziano niente di significativo. Facciamo
una digressione sull'argomento con alcuni spunti riguardo al nostro
modo di funzionare su questo mondo.
Ognuno di noi si
relaziona e agisce nel proprio ambiente sulla base delle
caratteristiche del proprio sistema “mente-corpo” e del proprio
contesto di vita. Mente e corpo non sono separate, l'una non può
esistere senza l'altro. Quando tocco un oggetto ho un'esperienza
tattile sulla base del fatto che ho utilizzato attraverso il corpo,
appunto, un approccio tattile. Le informazioni che ricevo
dall'ambiente hanno caratteristiche diverse in base al tipo di
modalità di approccio che utilizzo: visiva, tattile, olfattica, ecc.
Cioè è l'azione che svolgo o immagino con il corpo che mi fa avere
una determinata sensazione e quest'azione è coordinata dal cervello.
Altro aspetto importante
sono i significati condivisi: un pezzo di carta (banconota) acquista
valore solo perché è condiviso e non perché il valore sia
intrinseco al pezzo di carta. E poi c'è la nostra storia che ha
plasmato il nostro cervello. Quando interagiamo il cervello, tutto
insieme, assume determinate configurazioni. Ma quando la “realtà è
ben lontana” dalla propria, come un'attività proposta o un gioco,
qualunque persona non riesce ad adattarvisi e a rispondervi perché
richiederebbe un cambiamento grande rispetto alla configurazione del
proprio cervello. Possiamo rispondere alla realtà solo quando questa
richiede piccole variazioni di configurazione del nostro cervello.
Sono aspetti tecnici, lo capisco. Ma con questo voglio dire che per
ogni aspetto della nostra vita c'è una spiegazione, una causa, una
determinata configurazione del nostro cervello, un particolare
adattamento. E c'è una spiegazione anche se non la vedo, ed è
riduttivo (per quanto scritto) trovare la spiegazione solo nel
cervello o nel corpo, o nell'esperienza. E
nel caso dei disturbi dello sviluppo? In un certo senso può valere
lo stesso discorso: la causa c'è ma non la vedo. I geni (DNA)
modellano lo sviluppo del sistema nervoso, e quando il bambino
interagisce, il suo cervello (integrato con il corpo) assume
determinate configurazioni, che poi si possono modificare con
l'esperienza e la terapia, ecc. ecc. Dove è la causa? Qual è la
spiegazione? E' possibile individuarla in una risonanza del
cervello? O dentro una mappa cromosomica?. Posso riconoscere, intuire
un pezzetto di storia o un pezzetto di una catena fatta di tanti
anelli: il DNA, l'esperienza, il corpo, la propria storia, la propria famiglia, il proprio contesto di vita. Gli anelli interagiscono fra di loro e sono tutti importanti, ma non è possibile conoscerne il peso.
Cosa desideriamo per i nostri figli?
Ma in fondo cosa desiderano i
nostri figli? E noi genitori cosa desideriamo per loro? Forse queste domande
non ce le poniamo spesso o non ce le poniamo affatto, perché siamo presi da
mille pensieri, dai problemi quotidiani, o forse perché pensiamo di saperlo.
I bambini ci chiedono, se
potessero, di essere amati per come sono, di essere trattati con dolcezza, di
poter essere loro i “padroni” della loro vita.
Noi sicuramente desideriamo che
siano felici, capaci di gratitudine, in grado di rispettare le cose e le
persone, che siano sicuri di sé,
indipendenti, con una buona autostima per cavarsela nella vita.
E vogliamo che siano anche bravi.
Ma cosa significa essere bravi.
Essere bravi significa forse non piangere, non fare capricci e seguire tutti i nostri consigli e le nostre indicazioni. A prescindere.
Essere bravi significa forse non piangere, non fare capricci e seguire tutti i nostri consigli e le nostre indicazioni. A prescindere.
Ma il “bravo” bambino, che ad esempio smette di piangere e si addormenta, nel tempo può diventare un bambino che si arrende e non tiene conto dei propri desideri e sentimenti, perché ciò che conta è altro.
Ci hanno insegnato a rispettare le regole, ad essere bravi, a fare determinate cose perché c’è un’autorità che lo dice, al costo di rinunciare o peggio finire per non sentire i nostri bisogni, sentimenti e desideri.
In realtà per cavarsela nella vita non contano le regole o le conoscenze, ma l’accettazione di se stessi, l’autostima, la fiducia nelle proprie capacità, le passioni. E perché queste virtù nei bambini si possano sviluppare quello che conta veramente è consentire che la loro natura possa emergere, che i loro sentimenti siano riconosciuti, che di mamma e papà si possano fidare e possano chiedere tutto ciò di cui hanno bisogno.
L’accettazione e l’empatia hanno il potere di grandi trasformazioni.
Ma per fare tutto ciò occorre una
presa di responsabilità da parte nostra, occorre porsi le domande, fermarsi per riflettere. E
godere e provare stupore semplicemente della loro presenza
Non c'è niente da "sbloccare"
Quando osserviamo i bambini, le
loro conquiste, i loro progressi, le prime parole, i primi passi, siamo presi
da stupore. Siamo orgogliosi, siamo
onorati di essere partecipi di queste meraviglie. Ma ogni conquista, grande e
piccola, è inserita all’interno di un percorso, che inizia molto presto e cioè
fin da quando il bambino si trova dentro la sua mamma. Ogni conquista non
avviene a caso, ma presuppone un lungo “studio” da parte del bambino e tanto
amore da parte dei suoi genitori. Pensiamo ad esempio alle prime parole. Il
bambino inizia a familiarizzare con i suoni della sua lingua fin da quando è
dentro la pancia della mamma. E da neonato inizia anche a distinguerli. E’ particolarmente
affascinato davanti al volto della sua mamma che le canta e le sussurra una
ninna nanna. Già dai primi mesi il neonato comincia a “dialogare” con tutto il
suo corpo, con la mimica e con i vocalizzi. E ben presto comprende che con il
pianto ottiene l’attenzione e le coccole, e vengono così soddisfatti i suoi
bisogni primari. La sua mamma interpreta continuamente i suoi comportamenti,
attribuendovi significati e intenzionalità: “hai fame?”, “si vuoi la tua mamma”.
E poi ci sono i primi suoni: “ma-ma, ba-ba,”. E lì la mamma si precipita, con
un grande sorriso: “siii, hai detto mamma” e iniziano il gioco e le coccole. Il cammino è veramente lungo e avviene in modo naturale, senza
rendercene conto, ma presuppone un fluire continuo di relazioni ed emozioni. Perché
solo dentro la relazione avvengono le conquiste, senza relazione il bimbo non
cresce, non nasce. “Mi muovo dentro un ambiente che voglio conquistare e
conoscere e dentro la relazione con chi si prende cura di me”.
E quando il bambino ha
difficoltà, o un ritardo, ci dimentichiamo cosa c’è dietro una conquista, ci
dimentichiamo quali abilità sono
necessarie perché il bimbo pronunci le sue prime parole. E pensiamo che ci
possa essere l’esercizio, il massaggio, la medicina che possa inserirsi dentro quel
percorso, che possa liberare il bambino da chissà quale “blocco”. Ci
dimentichiamo che il cervello e tutto il corpo sono plasmati dall’esperienza,
ma solo da quelle esperienze ripetute in cui il bambino è protagonista che agisce nell'ambiente. Non esiste l’esercizio speciale che consenta al
bambino di apprendere, di riuscire a parlare e a camminare, a leggere e a
scrivere se lui non è protagonista. E protagonista lo è anche il neonato, che
quando alza il capo e lo orienta verso la sua mamma, non lo fa certo perché i
suoi muscoli sono cresciuti o perché l’abbiamo liberato da chissà quale blocco.
Come aiutare il bambino "iperattivo".
Tutti i bambini possono
presentare più o meno frequentemente dei comportamenti non appropriati, o
ancora quelli che definiamo comunemente capricci. Nella maggior parte dei casi riusciamo a
individuare i motivi e basta un po’ di
comprensione, accettazione e qualche regola e il bambino gradualmente impara a
utilizzare altri comportamenti, più appropriati, per esprimere bisogni e desideri.
Ma ci sono alcuni bambini, che più di altri, fanno decisamente fatica a
controllare il proprio comportamento: sono irrequieti, passano facilmente da
una cosa all'altra, possono essere impulsivi, non ascoltano, non completano le
attività, si alzano in continuazione.
Questi bambini, al di la delle definizioni che possiamo utilizzare, hanno una vera
e propria difficoltà ad autoregolare il comportamento, e ciò non dipende dal
tipo di educazione o come direbbe qualcuno dall’assenza di regole.
E per loro che vale ancora di più
la regola (che vale per tutti), che se
vogliamo ottenere dei cambiamenti positivi dobbiamo premiare i comportamenti
adeguati: ad esempio se durante la prima ora a scuola il bambino sta seduto
solo i primi dieci minuti ma poi si alza in continuazione, solo se lo premiamo
per il tempo che è stato seduto, il giorno dopo andrà meglio. La punizione, la
mortificazione, l’umiliazione nel medio e nel lungo termine non ci fanno
ottenere i cambiamenti sperati. Occorre definire i comportamenti che vogliamo
ottenere, perché non basta dire “se fai il bravo poi ottieni….”. “Se fai il
bravo” è troppo generico” e non ci permette di apprezzare i piccoli cambiamenti
positivi del comportamento, infatti nell’arco della mattinata il nostro bambino
sarà stato seduto a seguire la lezione, ma si sarà alzato e avrà disturbato
tante volte, per cui alla fine della giornata non avrà ottenuto nessuna
gratificazione, se non abbiamo definito bene il nostro obiettivo. Ricordiamo
che è l’esperienza del successo che ci
motiva a cambiare e a continuare ad adottare un dato comportamento. E
allora quello che si può fare con i bambini che hanno difficoltà ad
autoregolarsi è identificare un comportamento che vogliamo ottenere, un
comportamento che sia ben calibrato: se oggi il nostro bambino sta seduto solo
15 minuti, il nostro obiettivo sarà arrivare a 20 minuti e gradualmente sempre
più, e lo premiamo ogni volta con una bella “faccina sorridente” che mettiamo bene
a vista. E le “faccine” saranno sempre di più e alla fine della fila di faccine
c’è il disegno del premio che riceverà. Le faccine saranno facilmente visibili
al bambino.
Ripeto, se vogliamo ottenere dei cambiamenti il bambino deve
sperimentare il successo. Il successo è dato dal premio per essere stato seduto
20 minuti e lo aiutiamo per raggiungere il suo obiettivo e lo premiamo anche se
poi si è alzato per il resto dell’ora. Perché il nostro obiettivo non era “fai
il bravo”, ma “stare seduti per 20 minuti a seguire la lezione”, e lui si è
dovuto impegnare per raggiungere quel tempo. Lo stesso principio e la stessa
tecnica vale per tutti gli altri comportamenti che vogliamo ottenere.
Come capire se quello che sto facendo per il bambino è utile.
Quando abbiamo realizzato che il nostro bambino aveva bisogno di fare la riabilitazione, ci siamo rimboccate le maniche e abbiamo iniziato con tanto impegno e speranza questo percorso. Abbiamo incontrato tante persone, alcune con visioni diverse rispetto all'intervento e alla valutazione. Abbiamo letto tanto, soprattutto su internet: tante proposte riabilitative diverse, alcune delle quali che promettono la guarigione. Ma ora c'è da prendere una decisione: "chi ascolto?", "chi avrà ragione?".
Sulla base della mia esperienza e formazione individuo alcuni criteri che vi possono guidare in queste scelte.
Ricordate che ciò che va bene per un bambino e la sua famiglia non è detto che vada bene anche per un altro. E questo lo ricaviamo dall'esperienza.
Se sottoponete il bambino a tanti trattamenti, senza un unica regia, e con modalità diverse, non è detto che sia proficuo.
Mantenete un atteggiamento di riflessione e di attesa di fronte a proposte che lasciano intravedere soluzioni semplici e facili al problema.
Seguite anche il vostro istinto per capire cosa è veramente utile e cosa non lo è, lasciando anche stare le proposte più seguite e famose.
Valutate anche seguendo il criterio del "buon senso", perché alcune tecniche di riabilitazione non lo soddisfano.
Considerate ancora che per giudicare se una cosa è buona e di buon senso, questa deve poter essere tranquillamente pensata e proposta anche per bambini con uno sviluppo tipico e regolare.
E poi, deve essere sempre chiara la relazione tra la difficoltà del bambino e il tipo di attività che gli viene richiesta da svolgere: ciò significa che se la difficoltà riguarda il linguaggio, gli esercizi verteranno sul linguaggio; se le difficoltà riguardano l'apprendimento il lavoro sarà svolto su lettura, scrittura, abilità percettive, di linguaggio ecc., strettamente collegate appunto con l'apprendimento, se la difficoltà è di tipo motorio verranno svolti esercizi cognitivi che prevedano un impegno motorio per risolverli, e così via per tutte le funzioni.
Altro criterio è la chiarezza degli obiettivi, che devono essere facilmente verificabili e in qualche modo misurabili.
E infine c'è il bambino che sta bene, è motivato e ha il piacere di impegnarsi, perché altrimenti non c'è cambiamento, non c'è apprendimento.
Sulla base della mia esperienza e formazione individuo alcuni criteri che vi possono guidare in queste scelte.
Ricordate che ciò che va bene per un bambino e la sua famiglia non è detto che vada bene anche per un altro. E questo lo ricaviamo dall'esperienza.
Se sottoponete il bambino a tanti trattamenti, senza un unica regia, e con modalità diverse, non è detto che sia proficuo.
Mantenete un atteggiamento di riflessione e di attesa di fronte a proposte che lasciano intravedere soluzioni semplici e facili al problema.
Seguite anche il vostro istinto per capire cosa è veramente utile e cosa non lo è, lasciando anche stare le proposte più seguite e famose.
Valutate anche seguendo il criterio del "buon senso", perché alcune tecniche di riabilitazione non lo soddisfano.
Considerate ancora che per giudicare se una cosa è buona e di buon senso, questa deve poter essere tranquillamente pensata e proposta anche per bambini con uno sviluppo tipico e regolare.
E poi, deve essere sempre chiara la relazione tra la difficoltà del bambino e il tipo di attività che gli viene richiesta da svolgere: ciò significa che se la difficoltà riguarda il linguaggio, gli esercizi verteranno sul linguaggio; se le difficoltà riguardano l'apprendimento il lavoro sarà svolto su lettura, scrittura, abilità percettive, di linguaggio ecc., strettamente collegate appunto con l'apprendimento, se la difficoltà è di tipo motorio verranno svolti esercizi cognitivi che prevedano un impegno motorio per risolverli, e così via per tutte le funzioni.
Altro criterio è la chiarezza degli obiettivi, che devono essere facilmente verificabili e in qualche modo misurabili.
E infine c'è il bambino che sta bene, è motivato e ha il piacere di impegnarsi, perché altrimenti non c'è cambiamento, non c'è apprendimento.
Lettera di un genitore.
Quando mi comunichi la
diagnosi, e mi spieghi cosa ha mio figlio, perché non parla, perché ancora non
cammina, non lo fare solo in un incontro. Accompagnami in questo
percorso di accettazione, di adattamento, io non ero pronto, mi ero
immaginato un altro bambino. Dammi il tempo di cui ho bisogno. Non mi
dare tutte le risposte, rispondi solo alle domande che ti pongo, per
le altre ancora non sono pronto. Io ho bisogno di sperare. Non mi
giudicare, io non sono un tecnico come chi ha studiato tanto per
capire certe cose, non sono abituato a certi termini e non ne ho
esperienza. E poi io dimentico e cancello alcune informazioni,
aiutami a capire soprattutto nel momento in cui mio figlio non
cammina o non parla come gli altri bambini. E non mi giudicare se
voglio sentire altri pareri, perché ancora il dolore è vivo. E
credimi quando ti racconto le cose belle che fa mio figlio, anche se
a te non le ha fatte. Lo so dovrei capire in fretta per il bene del
mio bambino, perché rischio di sbagliare o di chiedergli delle cose
troppo difficili, ma ho bisogno ancora di tempo. E poi io sto
iniziando a capire, spiegatelo alle insegnanti o ai miei parenti,
che mi pressano in continuazione e hanno capito ancora meno di me. Accettami come sono e comprendimi.
Lo so che sono diventato troppo protettivo nei confronti del mio
bambino, ma lo vedo ancora debole e non tutti ancora hanno capito
cosa ha, e lui non si fa capire bene. A volte ho paura di sbagliare
ed è per questo che ancora non me ne occupo come vorresti. E allora
ti chiedo di aiutarmi a trovare dentro di me le risorse e la forza
necessarie, per tutto.
Onoro il bambino.
Viviamo continuamente in funzione
di qualcosa da raggiungere e da ottenere. Giudichiamo qualcosa o qualcuno facendo
confronti tra come vediamo e come secondo noi dovrebbe essere. Spesso lo
facciamo in modo automatico, senza
rendercene conto. Questo approccio alla vita finisce per condizionare la nostra
esperienza: sono ad esempio i “se” e i “ma” che utilizziamo spesso e che danno
un colore diverso alle cose che ci accadono. E finiamo per reagire non a ciò
che ci accade in se, ma ai nostri pensieri, ai nostri giudizi, che sono stati
creati da noi, nella nostra mente. Ciò è dimostrato dal fatto che di fronte alla
stessa situazione ognuno di noi può avere reazioni diverse e il nostro stato d’animo
è condizionato dalla reazione, dal giudizio e dalla interpretazione che
formuliamo su quella situazione. Formuliamo giudizi e interpretiamo di continuo
anche con i nostri bambini: “ancora non ha imparato a….”, “ogni volta che
mangia……., invece sua sorella….”, “ancora non parla…..tuo figlio invece..”, “non
ha imparato a mangiare da solo…”. Questo atteggiamento emerge soprattutto nelle
difficoltà. Non accettiamo un dato comportamento, una difficoltà perché secondo
noi dovrebbe andare diversamente: “dovrebbe essere più sicuro”, “a questa età
dovrebbe pronunciare già tante più parole..”, “non riesce a staccarsi da me…”. Potremmo fare mille esempi, in cui
esprimiamo una visione della realtà che cela un confronto tra ciò che è e come
noi pensiamo e speriamo dovrebbe essere. Ciò finisce per condizionare la visione che
abbiamo del bambino e quindi anche il nostro atteggiamento: ci rapportiamo, in
alcuni momenti, in funzione del raggiungimento di un comportamento e del superamento
di una difficoltà. E giudichiamo il
bambino in base al comportamento che vogliamo cambiare (“ora si che sei bravo”)
e a volte utilizziamo anche le etichette. Le etichette alterano la percezione
della realtà e la restringono: “è pigro…”, “è insicuro..”, “è capriccioso”,
ecc. Magari lo è veramente in alcuni momenti e va bene così. Ma non può essere
solo questo naturalmente, non tutto è
riconducibile all’etichetta utilizzata. Il nostro comportamento non è giusto o
sbagliato, non c’è il genitore e l’educatore perfetto. Ma prendere
consapevolezza di questi meccanismi ci permette di godere ancora di più dei
momenti passati insieme, passati insieme per il piacere e la genuinità dell’incontro,
della relazione. Onoro il bambino per come è e basta, senza alcuna pretesa,
senza alcun giudizio.
Il bambino deve essere gratificato, sempre
Ho conosciuto tanti bambini con la dislessia. La famiglia si
rivolge a me per la diagnosi. Tutti hanno un percorso scolastico simile: la difficoltà ad apprendere a leggere
e a scrivere e la lentezza e gli errori nella lettura e nella scrittura. Ma nel
momento in cui spiego quali sono le difficoltà del bambino, descrivendo un
quadro che è diverso da quello che si erano fatti, ecco che la mamma si ferma e
riflette e ha uno sguardo di comprensione verso il suo bambino. E’ come se
finalmente qualcuno riconosca le cose per come realmente sono. Invece finora si
doveva andare dietro i soliti schemi: è svogliato, non si esercita abbastanza, deve
leggere di più, se non legge bene è perché sta poco attento. Ora c’è una sorta
di rivincita. Finalmente!. Ma a questo punto che si fa. Il mio pregiudizio è
che le cose non cambiano perché c’è una diagnosi, una certificazione. Perché il
bambino è intelligente, non ci sarebbe bisogno di certificarlo. Può seguire gli
stessi programmi, adattando con cura e creatività la didattica. E curandoci del
bambino. E non è necessaria una
certificazione per gratificare comunque un bambino che è lento nella lettura.
Perché se vogliamo motivarlo gli dobbiamo dire che è bravo, perché è bravo
realmente. Se vogliamo motivarlo allo studio deve essere gratificato sempre,
anche quando sbaglia: “ti sei impegnato davvero, riguarda queste parole, hai
letto meglio di ieri”. Se è visto “lento”, “incapace”, non ce la farà, si
stancherà e perderà la voglia di studiare. Possiamo vedere il bambino al di là
di come legge e scrive?: “E’ molto intelligente, se solo si impegnasse nella
lettura…”. Non dimenticherò mai, invece, una frase dell’insegnante di scuola
elementare di mio figlio, di fronte alle pagine scritte male: “ma questo è lui”.
Come dire, va bene così. Qualcuno potrebbe obiettare che in questo modo non si
sprona il bambino. NO. Perché il genitore si sente sollevato e non sta a
giudicare il suo bambino, e lo sa già come aiutarlo, lo fa già.
La relazione sopra ogni cosa
Prendiamo lentamente consapevolezza del fatto che il nostro
bambino ha bisogno di un aiuto in più, più specifico per progredire meglio nel
suo sviluppo. Per questo possiamo
avvalerci di figure professionali, che valutano il bambino e le sue abilità.
Individuate le eventuali difficoltà e le abilità del bambino, vengono stabilite
essenzialmente due cose: gli obiettivi del nostro intervento e il come
raggiungere questi obiettivi. Gli obiettivi non devono tenere conto dell’età
del bambino, ma delle sue abilità e delle sue difficoltà. E le attività e gli
obiettivi li collochiamo nell’ “area di sviluppo prossimale” del bambino, cioè
sono vicini rispetto al livello delle sue abilità e si adattano alle sue
caratteristiche. Ma c’è una cosa che conta ancora di più degli obiettivi e delle
tecniche utilizzate, una cosa fondamentale perché il nostro intervento riesca,
sto parlando della Relazione. La
relazione presuppone la nostra capacità di entrare in sintonia con il bambino. In
sintonia con i suoi bisogni, con il suo stato d’animo, con la sua stanchezza,
con la sua motivazione, con la sua voglia di avere vicino la mamma, con le sue
difficoltà. Entrare in sintonia significa rispettare i suoi tempi, perché ognuno
di noi ha dei tempi e dei modi per stabilire e mantenere la relazione. E i
bambini non li possiamo ingannare, perché loro lo sentono quando siamo
sintonizzati, tutti i bambini lo sentono.
E lo sentono non dalle parole che utilizziamo, ma dal nostro atteggiamento
tranquillo, dal tono della voce, dalla postura, dalla gestualità, dalla nostra
pazienza. E quando non siamo sintonizzati con il bambino, dobbiamo avere la
forza di fermarci e fare un passo di lato.. e semplicemente riflettere. Perché nel
momento in cui capiamo che siamo noi poco tolleranti, noi arrabbiati, noi
impazienti, noi tesi e il bambino non c'entra niente, ecco in quel momento la relazione può
tornare nuovamente a fluire.
Il bambino è sacro.
Ogni bambino
è sacro, come sono sacri i suoi genitori.
La sacralità
è l’essenza più intima di ciascuno di noi, che è sempre presente e non cambia,
al di là di come ci chiamiamo, di come ci comportiamo, di come ci sentiamo, di
cosa pensiamo e di cosa pensano gli altri di noi.
La nostra
essenza più profonda, di cui non siamo consapevoli perché travolti da mille
pensieri, rimane immutata anche se cambiano i nostri comportamenti, il nostro
corpo e l’immagine che gli altri hanno di noi. Ci identifichiamo con un
comportamento, con una storia personale, con un’immagine, con un’appartenenza a
qualcosa o a qualcuno, ma tutto cambia e tutto passa, ma possiamo fare sempre e
comunque l’esperienza che il nostro se più profondo è lì integro, immutato.
Rispettiamo
questa sacralità del bambino, questa essenza profonda, la sua essenza più
intima, la sua unicità, presente dietro il suo aspetto, i suoi comportamenti. Guardiamo
il bambino che ho davanti al di là dei nostri giudizi su di lui. Lo amiamo e lo
accettiamo per come è, e non perché si comporta come vogliamo noi. Capiamo che reagiamo ad un nostro pensiero, cioè a una interpretazione del comportamento
osservato, che non coincide affatto con il bambino e con la sua sacralità. Capiamo
quale bisogno nasconde il bambino, quale emozione, quale desiderio dietro a
quel comportamento. Capiamo che se desidera qualcosa che non può avere non è
sbagliato. Capiamo che per il bambino lottare per avere la sua mamma non è un
comportamento sbagliato. Capiamo la sua sofferenza al di là delle apparenze.
Guardiamo la sua unicità, facciamo esperienza della sua sacralità, della sua
natura, al di là dei pianti, delle grida e dei comportamenti che riteniamo
sbagliati. Perché il bambino cresce e cambia perché il cambiamento fa parte di
lui. E diventa un adulto Maturo, non perché rispetta le regole che abbiamo
imposto noi, ma perché è stato visto, riconosciuto, rispettato, accettato,
amato, così come Lui è. Quando ci hanno capito e riconosciuto al di là di tutto,
quando abbiamo onorato ed è stata onorata la nostra sacralità, cambiamo,
cresciamo e diventiamo padroni della nostra vita.
Valutare il bambino con disturbo dello spettro autistico
Conosciamo e valutiamo i
bambini con disturbo dello spettro autistico attraverso le osservazioni, i test e i questionari rivolti ai genitori.
Descriviamo in questo modo le caratteristiche del bambino, le sue
abilità emergenti e le sue difficoltà. Un'abilità si definisce
emergente quando occorre un po' di aiuto da parte dell'operatore per
portare a termine il compito del test. Un aiuto può essere dato
dalla dimostrazione di come si fa, da un'istruzione verbale o dalla
guida fisica. Questi profili indirizzano il nostro intervento.
Alcuni test tracciano un
profilo delle abilità, senza che questo coincida necessariamente con
il funzionamento intellettivo del bambino. Mi spiego meglio: quando
il bambino è piccolo le sue abilità di imitazione, di coordinazione
occhio mano, di percezione, di motricità, “misurate” con il
test, possono corrispondere a quelle di un bambino più piccolo
rispetto alla sua età.
Questo profilo più basso non sempre corrisponderà ad un funzionamento intellettivo basso quando il bambino sarà più grande e non sempre corrisponde al reale profilo di funzionamento del bambino.
Questo profilo più basso non sempre corrisponderà ad un funzionamento intellettivo basso quando il bambino sarà più grande e non sempre corrisponde al reale profilo di funzionamento del bambino.
Cosa può succedere.
Prendo in esame alcune situazioni comuni: il bambino non collabora
all'esame, perché è stanco, perché non è interessato, perché non
ha compreso
Non esiste il disturbo dl comportamento.
I bambini con disturbo dello
spettro autistico, almeno prima di iniziare un intervento riabilitativo, e
soprattutto quelli che non hanno ancora sviluppato un linguaggio verbale, hanno
difficoltà a comunicare i propri bisogni e i propri desideri. E per farlo
possono mettere in atto alcuni comportamenti diversi, problematici: gridare, buttare le cose, farsi del male, ecc..
Se ci pensate questi comportamenti hanno tutti le stesse funzioni: comunicare e ottenere qualcosa o evitarne un’altra, ottenere attenzione. Il bambino non è intenzionalmente aggressivo, non vuole prevaricare, non vuole deliberatamente piangere e urlare per infastidirci e stancarci. Lui vuole qualcosa, ma non sa ancora bene cosa fare per farcelo capire. A volte lo capiamo, ma pretendiamo comunque che si abitui rapidamente alle nostre richieste e abitudini. Inoltre il bambino ha fatto esperienza che attraverso questi comportamenti riesce a ottenere quello che vuole e quindi continuerà ad attuarli. Qualcuno prova a resistere e per questo lui è costretto ad alzare il livello del suo comportamento problematico. La soluzione è, per così dire, semplice: attuare un sistema di comunicazione che faccia capire al bambino quello che è il potere della comunicazione
Se ci pensate questi comportamenti hanno tutti le stesse funzioni: comunicare e ottenere qualcosa o evitarne un’altra, ottenere attenzione. Il bambino non è intenzionalmente aggressivo, non vuole prevaricare, non vuole deliberatamente piangere e urlare per infastidirci e stancarci. Lui vuole qualcosa, ma non sa ancora bene cosa fare per farcelo capire. A volte lo capiamo, ma pretendiamo comunque che si abitui rapidamente alle nostre richieste e abitudini. Inoltre il bambino ha fatto esperienza che attraverso questi comportamenti riesce a ottenere quello che vuole e quindi continuerà ad attuarli. Qualcuno prova a resistere e per questo lui è costretto ad alzare il livello del suo comportamento problematico. La soluzione è, per così dire, semplice: attuare un sistema di comunicazione che faccia capire al bambino quello che è il potere della comunicazione
Dalla parte del bambino.
Descrivere la condizione delle
famiglie che convivono con la malattia e la disabilità del figlio non è
possibile, o almeno risulta molto difficile. Perché entriamo in una sfera
privata, che investe la vita soggettiva di ciascuno. Perché descrivere i
sentimenti e i vissuti che nascono nelle storie di ciascuno non è possibile,
così come non è possibile descrivere ad esempio le sensazioni o gli stati
d’animo. Le parole non possono spiegare un’esperienza soggettiva, personale. E
per questo che descrivo delle tendenze, dei comportamenti. Ad esempio ci sono
delle famiglie che “lottano” e che non delegano, che si informano, che
inseguono ogni possibilità d’intervento. E spinti magari dalle pressioni degli
altri o dai propri sensi di colpa (ma il
genitore non ha nessuna colpa) seguono anche delle terapie alternative, non
convenzionali. Queste terapie non sempre si integrano con le altre svolte dal
bambino ed essendo non convenzionali, diciamo che non ne è stata dimostrata l’efficacia.
Ma cosa spinge il genitore ad affidarsi e a fidarsi di persone che fanno tali
proposte. Una spiegazione: il messaggio è chiaro e semplice, e lascia
intravedere una speranza. In questo messaggio si lascia intendere una
spiegazione semplice della disabilità e quindi anche la proposta di intervento
è semplice: il bambino per parlare deve semplicemente “rompere il fiato” o per
superare il suo blocco deve fare tante volte questo tipo di esercizi, al posto di quelle spiegazioni “complesse” in
cui si dice che il bambino per parlare deve
essere in grado di imitare, di comunicare, di relazionarsi, deve avere
la motivazione, gli interessi, ecc. ecc. A questo messaggio semplice e chiaro a
tutti, se ne aggiunge un altro: grazie a questo metodo i bambini hanno fatto
tanti progressi, o sono addirittura guariti. E non serve necessariamente una
spiegazione, il messaggio arriva forte ed è immediatamente convincente. La
famiglia a questo punto non sente altro. Un ulteriore annotazione: la
riabilitazione, rispetto ad altri campi della medicina, si presta maggiormente
a discussioni. Non stiamo valutando una lastra
Gli effetti dei video game violenti.
E' chiaro ed evidente a
tutti che la nostra personalità non è la semplice somma delle
nostre esperienze, delle nostre relazioni e condizioni. Pertanto non
si può dire che basta un video game per spiegare i comportamenti
“violenti” dei bambini. Tuttavia è innegabile e alcuni studi lo
riportano che la violenza osservata in televisione e nei giochi al
computer induce nei bambini “comportamenti aggressivi”, almeno
immediatamente dopo aver smesso di “giocare” e osservare certe
scene. I bambini che guardano video violenti si comportano
successivamente in modo aggressivo verso le cose e verso le persone.
Ciò non basta, ripeto, a dire che il bambino diventerà un
“violento”, per la premessa che ho fatto. Perché il bambino vive
in un contesto dove il dialogo prevale sulla prevaricazione, e il modello di relazione che va introiettando
è per così dire più forte del “video game”. Non viene
introiettato un modello in cui il messaggio è “con la violenza
puoi ottenere quello che vuoi”. Per spiegare certi comportamenti
osservati dopo la visione di scene violente, entrano in gioco ancora
una volta i “neuroni specchio”. I neuroni specchio sono
implicati nell'imitazione, ma anche nella tendenza a imitare, in modo
non del tutto consapevole. Voglio
dire che i neuroni specchio ci portano a “simulare” quanto
osservato e chiaramente lo facciamo anche in modo inconsapevole. Sicuramente esiste per “colpa” dei neuroni specchio
una correlazione temporale tra quanto osserviamo e quanto
riproduciamo nei nostri comportamenti, nel bene e nel male.
Ma ciò
non ci permette di concludere che esiste anche un rapporto causale
tra video game e comportamenti violenti. Tutte l'esperienze plasmano
"I NO non servono"
Quando ci sentiamo dire di NO, anche
se capiamo che è fatto per il nostro bene, ci infastidiamo, ci arrabbiamo, e ci
possiamo mettere in un atteggiamento di resistenza e di contrasto. Questo vale
ancor di più con i bambini che seguiamo durante la terapia riabilitativa. Il NO
è poco tollerato e causa resistenza, grida e atteggiamenti di rifiuto. Il
bambino non è in grado di tollerare la frustrazione e non ha ben chiaro il perché
del NO anche se lo abbiamo spiegato e lo abbiamo preparato per tempo.
Ma a volte può risultare utile per ottenere un “maggiore controllo” sul bambino cambiare approccio e passare dal NO, dal “questo non si fa” e basta, al messaggio positivo, alle istruzioni sulle azioni da seguire, piuttosto che su cosa non si deve fare. Se poi aggiungiamo un atteggiamento sereno e di accettazione, ecco che otteniamo quello che volevamo, con più facilità. “Non buttare le cose a terra” diventa “raccogliamo le cose da terra”, “siediti”
Ma a volte può risultare utile per ottenere un “maggiore controllo” sul bambino cambiare approccio e passare dal NO, dal “questo non si fa” e basta, al messaggio positivo, alle istruzioni sulle azioni da seguire, piuttosto che su cosa non si deve fare. Se poi aggiungiamo un atteggiamento sereno e di accettazione, ecco che otteniamo quello che volevamo, con più facilità. “Non buttare le cose a terra” diventa “raccogliamo le cose da terra”, “siediti”
"Prevenire la dislessia".
Alcuni bambini durante gli anni di
scuola materna, possono presentare dei “difetti di pronuncia” nel
linguaggio, in particolare sostituiscono i suoni
all'interno delle parole, per cui la parola cavallo diventa “tavallo”
o possono omettere alcuni suoni per cui la parola semaforo diventa
“foro”. Alcuni di questi bambini migliorano spontaneamente, cioè
anche se non vengono seguiti da una logopedista. Ma questi stessi
bambini, che prima parlavano male e ora parlano bene, possono
mantenere ancora qualche difficoltà di “programmazione
fonologica”, per cui non riescono a pronunciare bene, semplicemente
su ripetizione, parole lunghe, nuove, non
solo “supefragilistica.....o precipitevolissime......, ma anche
talismano, tecnocrate, ecc., ecc.. Anche in questi casi i bambini possono avere difficoltà con l'apprendimento della lettura, perché sia
Insegnami e io imparerò.
I bambini con ritardo dello sviluppo, che fanno la
riabilitazione, grazie agli stimoli che ricevono e alle esperienze che fanno a
casa, a scuola, nel centro di riabilitazione, migliorano le loro abilità: il
linguaggio, l’attenzione, la comprensione, la motricità. Ma alcuni bambini
apprendono solo a casa o solo al centro, o solo a scuola e poi non riescono a
generalizzare questi apprendimenti. Ad esempio se il bambino ha imparato il nome dei vestiti o dei cibi, poi non
utilizza queste nuove parole a casa quando viene vestito e quando mangia. In
alcuni casi occorre semplicemente del tempo. In altri casi occorre riprodurre
in tutti i posti in cui il bambino vive quelle situazioni che favoriscono per
quel bambino l’apprendimento: concedere il tempo e fornire l’aiuto necessario, suscitare
l’interesse e stimolare la motivazione. A volte le mamme e i papà per mille
motivi non riescono ancora con il loro bambino a fare emergere le sue
potenzialità, e quindi a ottenere anche a casa gli stessi apprendimenti ottenuti al Centro. In questi casi si possono aiutare Mamma e Papà: aiutandoli a conoscere ancora meglio il loro bambino, incoraggiandoli a confrontarsi per superare eventuali paure e infine facendo le cose insieme a loro, accanto. Spesso non bastano gli incoraggiamenti e le spiegazioni su come stimolare il bambino, ma occorre sedersi e fare insieme, ora io, ora tu. Riporto la testimonianza di una Mamma: "non esistono cose che non posso fare, aiutami e guidami concretamente, passo dopo passo. Imparerò. Tu studi e lavori da tanti anni, io sto iniziando adesso a capire. Ce la metterò tutta per imparare presto"Cosa chiede la mamma del bimbo disabile.
La mamma chiede innanzitutto una cosa e cioè di essere capita,
nella propria sofferenza silenziosa, fatta di sacrifici e di rinunce. Lei fa
sempre il meglio, anche quando non ascolta e non segue immediatamente le nostre
indicazioni. Non è semplice modificare le nostre abitudini, le convinzioni, le
idee, anche di fronte all’evidenza. Fa parte di noi. Per esempio siamo
consapevoli di dover fare una determinata dieta, ma non riusciamo ad essere all’altezza
del compito, troviamo mille scuse per rimandare o per abbandonare. Per questo
non possiamo pretendere da parte dei genitori un’immediata adesione a tutto ciò che diciamo.
Se vogliamo aiutare le mamme ad ascoltarci e a seguirci,
Impariamo a conoscere il nostro bambino disabile.
Molti bambini che presentano un ritardo dello sviluppo cognitivo, motorio o del linguaggio intraprendono insieme alla loro famiglia un percorso riabilitativo. E per questo frequentano un Centro di riabilitazione, dove si rapportano con varie figure tra cui in particolare il terapista. La prima cosa che viene fatta al Centro di riabilitazione è conoscere il bambino attraverso degli incontri in cui si gioca insieme, si dialoga, si cerca di entrare in sintonia. E poi si organizzano le attività per il bambino e gli si dedica il nostro tempo. Il bambino gradualmente impara a giocare, a comunicare, a rispettare le regole, ad ampliare le sue conoscenze, a progredire nel suo sviluppo motorio, compatibilmente sempre con le sue capacità. Lo stesso bambino torna a casa e trova un ambiente in cui tutti gli vogliono un gran bene, ma non hanno ancora organizzato le attività per lui.
Lui qui si deve adattare, deve fare le stesse cose che fanno gli altri, come le fanno gli altri, ma in questo momento semplicemente non può riuscirci. Fino a quando non conosciamo il nostro bambino per quello che è, forse non faremo quelle cose, quelle attività che lo possano aiutare e fare stare meglio.
Cosa ci permette di conoscere il bambino?. Sicuramente le conoscenze e l'esperienza ci permettono di "vedere oltre" e per questo ci affidiamo a chi ne sa più di noi: medici, terapisti, psicologi. Ognuno di noi infatti nel proprio lavoro finisce per diventare un esperto che intuisce e capisce certe cose prima di tanti altri. E poi, e questa è la cosa più difficile, occorre conoscere se stessi. Per capire se quello che chiediamo al nostro bambino non è in realtà qualcosa di cui abbiamo bisogno noi e non lui. Per esempio, il bambino deve assolutamente camminare e parlare come gli altri perché solo in questo modo io papà o io mamma mi sento confermata nel mio ruolo, gratificata, realizzata, serena, anche a costo di sottoporre il bambino a "inutili terapie", che poi non portano al risultato tanto sperato.
Lui qui si deve adattare, deve fare le stesse cose che fanno gli altri, come le fanno gli altri, ma in questo momento semplicemente non può riuscirci. Fino a quando non conosciamo il nostro bambino per quello che è, forse non faremo quelle cose, quelle attività che lo possano aiutare e fare stare meglio.
Cosa ci permette di conoscere il bambino?. Sicuramente le conoscenze e l'esperienza ci permettono di "vedere oltre" e per questo ci affidiamo a chi ne sa più di noi: medici, terapisti, psicologi. Ognuno di noi infatti nel proprio lavoro finisce per diventare un esperto che intuisce e capisce certe cose prima di tanti altri. E poi, e questa è la cosa più difficile, occorre conoscere se stessi. Per capire se quello che chiediamo al nostro bambino non è in realtà qualcosa di cui abbiamo bisogno noi e non lui. Per esempio, il bambino deve assolutamente camminare e parlare come gli altri perché solo in questo modo io papà o io mamma mi sento confermata nel mio ruolo, gratificata, realizzata, serena, anche a costo di sottoporre il bambino a "inutili terapie", che poi non portano al risultato tanto sperato.
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