Non giudichiamo i bambini.

I bambini possono presentare nella loro storia una qualche difficoltà, più o meno grave, più o meno transitoria. Quando valutiamo questi bambini, o quando esprimiamo un giudizio su di loro, la nostra mente in modo sistematico e più o meno consapevole opera dei confronti tra come il bambino è e come secondo noi dovrebbe essere. E di conseguenza non siamo pienamente soddisfatti fino a quando non viene raggiunto quel dato obiettivo, quel comportamento, fino a quando non cammina da solo, fino a quando non inizia a parlare come gli altri bambini, o a scrivere come la compagnetta,
o ancora fino a quando non soddisfa i miei desideri. Fateci caso, abbiamo in testa dei nostri parametri di giudizio che si innescano nella nostra mente in automatico. E il bambino questo lo sente, anche quando le nostre parole dicono il contrario. Questo "continuo giudicare" non ci fa stare bene perché la realtà è appunto diversa da quella che desideriamo, anzi

La plasticità cerebrale

Il cervello è costituito da diverse parti, ognuno delle quali è per così dire specializzata a farci svolgere una determinata funzione. Ad esempio il lobo occipitale che si trova nella parte posteriore del cervello, è specializzato nella funzione della visione. Questa zona del cervello si sviluppa perché riceve stimoli visivi dall’ambiente e più correttamente tramite le fibre nervose che trasportano impulsi generati a livello della retina degli occhi. Questa zona del cervello se non ricevesse gli stimoli visivi non si svilupperebbe.  Il cervello si modifica nel tempo in base alle attività che svolgo. Se mi esercito con uno strumento musicale, la zona del cervello che è specializzata nell’ascolto della musica e nel suonare lo strumento si attiva con maggiore intensità, rispetto ai periodi precedenti in cui non mi fregava niente della musica.

I rischi della nascita prematura

I continui progressi dell’assistenza neonatologica hanno prodotto una diminuzione notevole della mortalità tra i bambini nati pretermine. Per quelli che non hanno danni neurologici evidenti è difficile fare previsioni sulle possibili conseguenze della prematurità sul loro sviluppo. I bambini che non presentano “danni neurologici maggiori” (paralisi cerebrali infantili) possono sviluppare disturbi specifici, cioè difficoltà a carico di alcune funzioni come la memoria o il linguaggio o l'attenzione, mantenendo comunque una capacità intellettiva nella norma. Alcuni bambini pretermine sono a rischio di sviluppare disturbi del linguaggio. (leggi qui), per gli effetti dell’interazione tra fattori biologici (“immaturità”) e adattamento all’ambiente. Le difficoltà di linguaggio possono interessare a vari livelli la fonologia, cioè la corretta produzione delle parole e la morfosintassi, cioè la corretta produzione delle frasi. Alcuni studi evidenziano che una buona comprensione di parole ed un uso di gesti comunicativi nel secondo anno di vita siano dei buoni indicatori del primo sviluppo verbale cioè vocabolario e prime combinazioni di parole. Altri bambini possono sviluppare una forma di disprassia. Ovviamente in tutti i casi è possibile individuare e intervenire precocemente su tutte le difficoltà.


Costruiamo le categorie

I bambini, fin da piccoli organizzano le loro conoscenze in categorie. Una categoria è ad esempio un gruppo di oggetti accomunati dalla stessa funzione. Oggetti diversi nella forma e nel colore appartengono alla stessa categoria perché svolgiamo con essi la stessa azione. Un bambino può capire che un piccolo contenitore rosso che non ha mai visto prima è una tazza nel momento in cui capisce che serve per bere, esattamente come la grande tazza bianca con i fiori che usa tutti i giorni. Il bambino intuisce l’azione perché la simula “nella sua testa” e in questo modo riesce ad astrarre una caratteristica che non è visibile: serve per bere. Due porte di colore diverso inducono nel cervello lo stesso piano motorio anche se sono differenti nel colore o nella dimensione. Così è bastato che qualcuno ci ha detto che quella tavola con la maniglia si chiama porta, per generalizzare questa conoscenza a tutte le porte

Il neonato imita.

Il bambino inizia a imitare molto presto, addirittura da neonato. Aprite la bocca e uscitegli la lingua, dategli un po’ di tempo e presto quell’esserino proverà a fare la stessa cosa. La cosa bella è che il neonato riesce a imitare anche se non sa ancora di avere una bocca e una lingua e non è in grado di osservarsi. Cioè per imitare non sta ad osservare voi e poi lui e ad aggiustare l’azione in base al confronto visivo. Lui, invece, riesce a confrontare un’”immagine visiva”, che è il vostro volto “buffo” con la lingua di fuori, con la sensazione della sua bocca che si apre e la lingua che si sposta in avanti. E’ in grado di imitare mettendo a confronto due sensazioni diverse: una visiva e una propriocettiva. Semplicemente fantastico. Lo fa. E guarda più a lungo tra vari ciucci quello che ha tenuto in bocca.Il neonato in posizione supina presto riuscirà a ruotare il capo e a orientarlo verso il volto della mamma  o verso qualcosa che fa odore del latte della propria mamma. E a soli 2 mesi inizia a sorridervi, a stabilire un contatto di sguardo e ad emettere suoni gutturali e a interagire come delle persone separate da voi.
Si è addirittura osservato che feti gemelli nella pancia della mamma presentano gesti diversi dal solito, nella forma, se sono orientati a “entrare in contatto” con il  fratellino. E’ proprio vero che siamo programmati per stare con gli altri. E grazie a questo programma il neonato può entrare in contatto con chi si prende cura di lui.  E in questo modo può finalmente "rinascere",

perché non voglio giocare con te

I bambini con disturbo dello spettro autistico non interagiscono con le persone che incontrano, nel modo che sperimentiamo noi, perché non sentono cosa vuole o cosa prova l’altra persona. Non riescono a cogliere le “mille espressioni” che regolano le nostre interazioni. E ancora non riescono a capire che il comportamento che abbiamo può variare a seconda del contesto in cui ci troviamo: al bar, al supermercato, dal dottore, al cinema, ecc. E ciò che è compromessa, ma in misura diversa per ciascun bambino, è non solo la capacità di relazione in se, ma anche la possibilità fin dalla nascita di uno sviluppo regolare di tutte quelle abilità che concorrono a farci diventare competenti sul piano sociale: lo sguardo, l’attesa e il rispetto del turno, l’attenzione e l’emozione condivisa, ecc. Per loro è davvero difficile interpretare i nostri sguardi, le nostre espressioni, le differenti intonazioni della voce, la diversa modulazione mimica, le intenzioni, i desideri e le opinioni, perché ci sono innumerevoli variabili.

Rompiamo gli schemi mentali.

Lo sviluppo e la salute mentale di ogni bambino dipende dalle relazioni e dall'ambiente in cui vive. Il bambino si adatta all'ambiente in cui vive, ma anche l'ambiente si modifica a seconda delle caratteristiche del bambino: bambini con un temperamento vivace o più "lenti" nelle attività e così via.  All'interno delle relazioni intervengono indubbiamente le nostre interpretazioni sui comportamenti osservati. Ad esempio il neonato ha un piccolo rigurgito fisiologico dopo ogni pasto
e i genitori interpretano questa cosa e pensano che così il loro figlio non si nutra a sufficienza e allora provano ad aumentare la quantità del pasto. E il bambino continua a rigurgitare. Tutto questo può essere interpretato dai genitori come un problema e quindi può interferire sulla relazione, perché i genitori non sono naturalmente sereni e questo il neonato lo sente e reagisce. A parte l'esempio, a volte non riusciamo a vedere il nostro bambino, le sue sensazioni, i suoi vissuti, le sue emozioni, le sue motivazioni perché siamo semplicemente bloccati nel nostro schema mentale: non si piange, non puoi desiderare questa cosa, come fai a non capire, ecc. E' possibile interrompere tali dinamiche?. Certo. A volte ci riusciamo da soli, altre volte con l'aiuto di qualcuno, soprattutto se abbiamo riflettuto su noi stessi e su come i nostri giudizi, le nostre convinzioni, i nostri schemi mentali, che sono legati alla nostra storia personale, influenzano le nostre relazioni. Il percorso che ci porta a essere più consapevoli è individuale, ma occorre "fermarsi" per iniziarlo, per riflettere. Lo schema mentale non ci fa essere liberi fino a quando non siamo consapevoli che si tratta appunto semplicemente di uno schema mentale che ci fa agire in automatico, senza pensare. Essere consapevoli significa sintonizzarci con il nostro bambino e con le nostre emozioni, e il resto verrà da se.

I viaggi della speranza.

Il bambino quando è nato ha avuto una grave sofferenza e ha subito dei danni cerebrali, per questo oggi presenta una forma di paralisi, cioè non è in grado di stare seduto da solo, non riesce a stare in piedi, non si muove, non afferra gli oggetti. E’ seguito presso un centro di riabilitazione dove effettua la fisioterapia. E’ in grado di raccontare qualche cosa e di esprimere i propri bisogni. I genitori non si arrendono a questa situazione e vanno in cerca di una soluzione. Hanno sentito parlare di un centro lontano all’avanguardia, dove seguono bambini come il loro. Dopo aver raccolto i soldi, arrivano in un centro bellissimo dove vengono accolti amorevolmente. E’ un contesto diverso, non familiare, ma poco importa. Ci sono tanti soldi da sborsare, ma anche questo non è importante perché i genitori hanno la speranza, anzi sono convinti che in quest’altro centro possono veramente aiutare il loro bambino. La prima cosa che viene detta con molta sicurezza è che loro hanno fatto camminare bambini anche più gravi. Quelli che dicono che il bambino va rispettato e accettato così com'è non capiscono proprio niente. Nel centro bellissimo viene sottoposto ad un trattamento intensivo con il metodo Doman, e ancora vengono proposti ripetuti esercizi passivi. Fisioterapisti che fanno muovere al bambino in continuazione gambe e braccia. Non è importante quello che sente o che prova il bambino, l’esercizio passivo secondo loro può far superare il danno cerebrale. E non importa che il metodo Doman fa parte della storia della medicina, nemmeno lo si studia più nelle scuole, perché è vecchio, superato e sconfessato dagli studi neuro scientifici.
E alla fine delle tre settimane il bambino è naturalmente migliorato, ma solo agli occhi di chi ha investito soldi e speranze. E se il bambino non continuerà a migliorare è perché gli altri non sono bravi abbastanza e non lo saranno mai a sufficienza.

Non riconoscere il miglioramento significherebbe accettare una realtà dolorosa. Significa capire che non è colpa di nessuno, che il bambino non deve essere il bambino che voglio io, lui è e basta, a prescindere da quello che fa o che non fa.

Il bambino non è aggressivo.

 Il bambino non si addormenta, non vuole dormire nel suo letto, si sveglia durante la notte. Non vuole mangiare, strilla, non mi ascolta, risponde male. E’ capriccioso. E’ aggressivo. Non vuole farsi i compiti.  Quando raccontiamo i nostri bambini, quando raccontiamo la loro storia, quando il medico raccoglie l’anamnesi, le nostre parole descrivono difficoltà e problemi come appartenenti solo al bambino. Questi  comportamenti descritti, e tanti altri, invece, nascono  e si svolgono nella relazione, in un contesto particolare, all’interno dei rapporti tra persone, tra genitori e  figli. Ed entrambi mamma e figlio hanno un ruolo.  La “difficoltà” del bambino è la difficoltà della triade, cioè di mamma, papà e figlio. Inoltre la difficoltà è a volte considerata tale, ma in realtà fa parte della fisiologia. Quando il bambino non riesce ad addormentarsi cosa succede realmente?, come reagisce la madre?, cosa pensa il padre?, cosa fanno?, si contraddicono?, non riescono a separarsi e perché? Cosa stanno provando i genitori? E tale analisi non serve assolutamente a individuare colpe, ma semplicemente a capire. A capire che magari stiamo reagendo senza essere consapevole delle motivazioni che stanno dietro a quel comportamento. E quando capiamo e conserviamo un atteggiamento di apertura, il comportamento di tutti cambia naturalmente. Se il bambino “aggressivo”mi aggredisce e io capendo la sua rabbia e la sua sofferenza, lo abbraccio e mi sintonizzo con le sue emozioni e il suo punto di vista, lo stesso bambino non sarà descritto come aggressivo.   

L'autismo non è una malattia.

L'autismo non è una malattia, ad esempio come un'infezione che possiamo curare con una terapia antibiotica che agisce direttamente sulla causa.
L'autismo è un modo di essere, un modo diverso di vedere la realtà, e ogni bambino con autismo è diverso dagli altri, ed è per questo che una terapia specifica, che agisca sulle cause, non può esistere.  Non avendo una cura specifica come nelle infezioni, purtroppo, si diffondono tanti metodi di trattamento. Alcuni di questi sono alternativi rispetto a quelli ufficiali. La diffusione dei metodi alternativi (comunicazione facilitata, terapia chelante, metodo DAN) può essere favorita più che dai risultati, dal modo con cui vengono presentati. Si prospettano soluzioni semplici e spiegazioni semplici del problema. (peraltro non verificate da nessun studio scientifico e non possiamo basarci sulle testimonianze). Inoltre nella storia di ciascun bambino ci sono tanti miglioramenti, sia spontanei, sia conseguenti ad altri trattamenti, che date le aspettative, si tende ad attribuire al metodo alternativo utilizzato. In uno studio i genitori erano convinti che il loro bambino stesse migliorando grazie alla terapia X, anche se in realtà il bambino stava assumendo solo un placebo. E allora dato che le certezze le abbiamo utilizziamo ciò che è sicuro. Per esempio sappiamo come il bambino apprende. Puoi leggere qui.

La mamma ha sempre ragione

La mamma scopre che il figlio ha un ritardo un disturbo dello sviluppo. E’per lui lei vuole il meglio e fa di tutto per garantirglielo. La mamma ha sempre ragione: quando viene richiamata a scuola perché il bambino non ha collaborato e si è comportato male, come se dipendesse direttamente da lei il comportamento che il bambino manifesta a scuola. La mamma ha sempre ragione,  quando sottopone il bambino alle cure con le terapie alternative, non ufficiali. Non è lei che sbaglia, ma chi asseconda le sue aspettative promettendo false speranze con terapie nel migliore dei casi inutili. La mamma ha sempre ragione, quando non fa fare gli esercizi al bambino a casa, lei non è una terapista, non ha studiato come terapista e non riesce a usare le tecniche adatte se qualcuno non la guida. La mamma ha sempre ragione, quando accontenta il suo bambino perché sta piangendo. La mamma ha sempre ragione, quando dice che il suo bambino a casa sa fare le cose che non ha fatto durante il test. La mamma ha sempre ragione, quando vuole la normalità, la mamma ha sempre ragione quando a casa non riesce a ottenere quello che il bambino fa in terapia. La mamma ha sempre ragione quando è stanca, perché lei ha ogni pensiero rivolto al suo bimbo. La mamma ha sempre ragione, quando è confusa e non sa a chi rivolgersi e ascolta solo  il suo istinto. La mamma ha sempre ragione perché il bambino non sempre risponde alle sue sollecitazioni d’amore. La mamma ha sempre ragione perché è la mamma e cerca dentro di se le sue risorse migliori.  

Come apprende il bambino con autismo.

La mamma torna a casa stanca e trova i bambini piccoli che giocano in un mare di disordine. In mezzo ai giochi intravede una sua penna, preziosa. "mettete subito a posto la mia penna, dove l'avete trovata" grida. Il bimbo più piccolo prende uno dei suoi giochi. "ho detto la penna, ma lo vuoi capire?" "Mettila dentro il cassetto". In questa scena comune ci sono tante variabili, tante parole e tante emozioni, ma il bambino piccolo apprende comunque: il nome degli oggetti (cassetto, penna), verbi (metti dentro) e le emozioni. E apprende anche se commette errori, se prende una cosa per un'altra, e utilizzerà queste conoscenze anche in altre situazioni (generalizza le conoscenze). Il bambino con autismo apprende invece attraverso un processo molto lineare, cioè per semplice associazione tra uno stimolo e un comportamento. Lo stimolo  "metti dentro" viene compreso dal bambino se viene associato all'azione corrispondente e per fare questo dobbiamo, in una situazione creata per insegnare, aiutare il bambino ad associare lo stimolo "metti dentro" all'azione corretta. E lo aiutiamo solo se l'azione del bambino è corretta da subito, perché altrimenti allo stimolo "metti dentro" associa anche l'errore eventualmente commesso. La frase "prendi la penna" per essere compresa deve essere associata alla corrispondente azione. E c'è una procedura semplice per insegnare queste cose, attraverso le tecniche dell'ABA. Ma ricordiamoci che per ogni azione, per ogni nome dobbiamo prevedere la stessa procedura perché il bambino con autismo non "trasferisce" le conoscenze in altre situazioni: la comprensione dello stimolo "prendi la penna", non viene utilizzata in forma corretta dal bambino quando lui vuole qualcosa, come ad esempio la penna. Anche in questo caso, se abbiamo intuito che vuole qualcosa, ad esempio l'acqua, dobbiamo prevedere un rapporto lineare tra uno stimolo e il comportamento che vogliamo insegnare: facciamo ripetere "voglio l'acqua" o semplicemente la parola "acqua" e soddisfiamo immediatamente il suo bisogno. E non dimentichiamoci di aggiungere le emozioni e dei rinforzi concreti come piccoli premi per favorire l'apprendimento.  

Il Dialogo prima di tutto, e non solo.

Quando un adulto interviene su un bambino per modificarne un comportamento che ritiene sbagliato non deve perdere l'occasione di discutere dei suoi sentimenti e di quelli del bambino. Questo dialogo, cosiddetto riflessivo, serve proprio ad aiutare il bambino a sviluppare una funzione riflessiva, una "teoria della mente", che consiste nel riconoscere il proprio mondo interiore e quello degli altri.
Riconoscere cioè come ci sentiamo e come possono sentirsi gli altri in tutte le situazioni che affrontiamo nella vita e quindi capire quali sono gli stati d'animo che hanno determinato un comportamento. Aiutiamo a sviluppare la funzione riflessiva anche attraverso il gioco, il racconto di storie e il racconto della giornata. Lo aiutiamo ancora interpretando il suo comportamento non verbale: "hai avuto una brutta giornata?" "sei triste perché non hai ottenuto il tuo gioco?". Perché il bambino piccolo non sa dare un nome alle sue emozioni e ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a dare un senso a certe situazioni emotive: "stai piangendo perché non hai visto più la tua mamma" Piuttosto che "non si piange, non è successo niente". Il bambino sperimenta esperienze di accettazione. Ciò gli permette di acquisire sicurezza e competenze sul piano sociale perché conosce se stesso e sa cosa può aspettarsi dagli altri. E poi ci sono comunque gli "abbracci" in cui non servono le parole, dove i corpi entrano in sintonia e il bambino ancora una volta si sente capito e accettato.

Se il bambino piange non lo ignorare.

Secondo la terapia comportamentale un comportamento viene mantenuto quando è sistematicamente seguito da un rinforzo positivo, cioè premi e attenzioni. Semplificando, se quando un bambino piange e strilla ottiene attenzione, imparerà a piangere come forma di richiesta di attenzione. E quindi il pianto andrebbe ignorato per evitare di rinforzarlo, per evitare cioè che un bambino continui a piangere ogni volta che vuole ottenere attenzioni da parte dell'ambiente. Posta la questione in questi termini sembra proprio che le motivazioni che hanno determinato il pianto vengono ignorati.

Il bambino è autistico, quando iniziare la logopedia?

Il bambino ha un disturbo dello spettro autistico e hanno consigliato di fare la logopedia. Un bambino con disturbo dello spettro autistico è un bambino che non sa comunicare e non sa interpretare i messaggi che vengono dalle persone e dall’ambiente. Ogni bambino ha una sua storia e delle caratteristiche uniche, per cui è sempre difficile generalizzare, cioè fare delle affermazioni che valgono allo stesso modo per tutti.

Cosa fare se il bambino non cammina.

La prima cosa che facciamo, se il bambino ancora non cammina, è conoscere la sua storia tramite il colloquio con i genitori, e poi interagiamo e giochiamo con lui. Scopriamo se è interessato, se è motivato, se prende l'iniziativa, come partecipa. Il bambino ha voglia di spostarsi nell'ambiente, per agire, per esercitare la sua volontà?. Perché dico questo. Perché se vogliano stimolare l'acquisizione

La comunicazione aumentativa alternativa

La Comunicazione Aumentativa Alternativa (C.A.A.) è il termine usato per descrivere un nuovo orientamento clinico, riabilitativo ed educativo che la lo scopo di migliorare la comunicazione di tutte le persone che mostrano difficoltà temporanee o permanenti nell'utilizzare il linguaggio verbale.

Si definisce AUMENTATIVA perché va ad incrementare le risorse comunicative della persona ed ALTERNATIVA perché utilizza modalità comunicative alternative al linguaggio verbale.
E' un approccio che vuole concedere reali opportunità al fine di costruire competenze comunicative in una visione più ampia del solo linguaggio verbale, propone infatti strategie, supporti (quali fotografie, immagini e simboli) e tecnologie mirate a potenziare e facilitare la persona e il suo contesto di vita.

E' a partire da questi scopi che è possibile un intervento precoce di C.A.A in bambini che entro i 3 anni non hanno ancora sviluppato il linguaggio verbale, senza precluderne tuttavia lo sviluppo.
Oggi possiamo affermare questo con certezza perché

Autismo: rompiamo gli schemi

Alcune persone, quando osservano un bambino con disturbo delle spettro autistico, esprimono dei giudizi basati sui propri schemi mentali (es. siccome ha questa età dovrebbe saper già fare questa cosa) o fanno i confronti con bambini della stessa età. E nel rapportarsi con loro usano le stesse modalità di approccio usate con altri bambini, applicano le stesse regole e non cambiano il loro modo di pensare. Ad esempio sono convinti che sbagliando si impara, ma il bambino autistico sbagliando continua a sbagliare; ad esempio

I neuroni non pensano

L'altro giorno mio figlio, conoscendo il mio interesse per il sistema nervoso e il mio lavoro (sono un neuropsichiatra infantile), mi ha chiesto di aiutarlo nello studio di alcuni argomenti scientifici: come sono fatti e come funzionano il cervello, l'occhio e l'orecchio. Mentre l'ascoltavo, non sono riuscito a trattenere il mio disappunto quando il bambino ha ripetuto che nel cervello si formano le immagini o i suoni, riferendosi al funzionamento di occhio e orecchio.

Epilessia

Il nostro cervello è suddiviso in diverse parti e ciascuna di esse ha una diversa specializzazione, cioè c'è una parte da cui dipende il linguaggio, una parte da cui dipendono i nostri movimenti, le sensazioni, ecc.

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