Il bambino che necessita di fare la riabilitazione in genere viene sottoposto a vari test e valutazioni.
Dalle valutazioni emerge un profilo fatto di numeri, descrizioni, grafici e tabelle.
Dopo le valutazioni si pongono gli obiettivi del trattamento. Nel tempo si fanno le verifiche e si pensano nuovi obiettivi.
Niente di nuovo.
In maniera più o meno coordinata e coerente gli sforzi vengono canalizzati al raggiungimento degli obiettivi.
Gli obiettivi a volte sono misurabili, verificabili, a volte sono espressi in modo generico.
Gli obiettivi pensati sono in genere incentrati sul bambino, sulle acquisizioni che deve ottenere, e poco sul contesto e sulle relazioni, dove ovviamente non c'è solo il bambino.
Cosa può succedere?
Guardiamo gli obiettivi, i comportamenti, i sintomi, i numeri, le attività, il setting, e ci perdiamo il bambino.
E' un attimo.
Non sentiamo e non vediamo il bambino dietro quel comportamento che osserviamo. Non sentiamo il desiderio che c'è dietro a quel dato comportamento perché guardiamo solo il comportamento.
Ci concentriamo sugli obiettivi perché devono essere raggiunti entro un dato periodo, come se dovessimo spuntare delle caselle vuote, e ci perdiamo il bambino.
Ci concentriamo sugli obiettivi da raggiungere come se dovessimo dimostrare qualcosa, e ci perdiamo il bambino.
Pensiamo che è necessario raggiungere quegli obiettivi perché il bambino possa cambiare e allora facciamo fare tanta terapia, e ci perdiamo il bambino.
Sentire il bambino è qualcosa che non si può descrivere con le parole, se ne può solo fare esperienza. L'esperienza non è fatta di parole, né di obiettivi. Quando siamo veramente liberi dagli obiettivi riusciamo a godere dell'esperienza del sentire il bambino.
E questa è la cosa più bella e più importante.
La riabilitazione e la neurologia dei bambini spiegata semplicemente.
Uso dei segni nell'autismo, alcune domande
Uno degli
obiettivi del trattamento dei bambini piccoli con autismo che non
hanno ancora sviluppato il linguaggio verbale, è quello di favorire,
per comunicare, l'utilizzo di modalità alternative.
Contestualmente,
se non è ancora presente, si cerca di far “nascere” nel bambino
anche l'intenzionalità comunicativa, attraverso il gioco e i suoi
interessi.
In estrema
sintesi, per modalità alternative vengono intesi i PECS e i segni
(gesti). I PECS sono delle figure che rappresentano in maniera chiara
oggetti e attività, mentre i segni sono gesti che possono richiamare
o meno nella “forma” un oggetto o l'attività richiesta.
Si cerca di
fornire al bambino uno “strumento” per comunicare, per aiutarlo
quindi a fare delle richieste, per rispondere a domande, per essere
più partecipe.
Il principio
semplice di fondo è che il bambino per fare una richiesta deve o
consegnare la figura (PECS) o riprodurre un gesto (Uso dei segni).
In
entrambi i casi c'è un percorso da affrontare, un insegnamento
mirato e strutturato, che tiene conto delle abilità del bambino, ma
soprattutto dei suoi interessi, della sua motivazione e del suo
contesto.
In entrambi
i casi non sarebbe assolutamente precluso lo sviluppo in futuro del
linguaggio verbale.
Nel caso in
cui il bambino piccolo non ha sviluppato il linguaggio verbale, ma
ripete qualche suono spontaneamente o su imitazione (vocalizzi o
“sillabe”), o produce in maniera più o meno chiara qualche
parola, occorre avviare comunque e subito una forma alternativa di
comunicazione?
Non è il
caso di insistere sull'imitazione di suoni o parole anziché optare
per una comunicazione alternativa?
O per dirla
meglio, non c'è il rischio che si dedichi più attenzione
all'imitazione di gesti e meno a quella di suoni e parole?
Se il
bambino riproduce un gesto, con più o meno aiuto da parte
dell'operatore, è possibile “pretendere” che ripeta oltre al
segno (il gesto) anche suoni o parole quando vuole fare una
richiesta?
Non si
rischia di confonderlo in questo modo?
Non c'è il
rischio che l'utilizzo del segno distolga l'operatore dai tentativi
di farsi guardare negli occhi e nella bocca per “modellare”
l'imitazione vocale?
E' possibile
avviare forme alternative di comunicazione senza la partecipazione e
la condivisione con la famiglia?
Siamo sempre
sicuri che è stato l'uso dei segni a elicitare il linguaggio
verbale, dal momento che il bambino viene continuamente stimolato in
ogni contesto sul piano verbale?
La prima visita
Intuisci, senti che il tuo bambino ha delle
difficoltà, ha “qualcosa che non va”: non ti sorride, non si interessa ai
giochi, non sta ancora seduto, non dice nessuna parola, è molto irritabile e
non si consola facilmente. Le tue sicurezze possono iniziare a vacillare. Perché
non hai esperienza, ti mancano dei riferimenti: il tuo bambino può avere
comportamenti diversi rispetto ai bimbi che conosci e che hai conosciuto, può
esprimere bisogni e desideri in un modo diverso, e allora ti vengono dei dubbi,
ti fai delle domande. Già prima che te lo dicessero gli altri, i parenti o il
pediatra, lo sentivi già che c’era qualcosa che non andava, ma non sapevi
definirlo bene o ancora non eri pronta a vederlo.
Magari sei stata consiglia da qualcuno, dai
parenti, dal pediatra, dalle insegnanti della scuola materna: “fai vedere il
bambino perché ancora non parla bene, non cammina, si comporta male, piange
sempre”. Questo ha determinato in te inizialmente una resistenza, un rifiuto e
ti sei presa del tempo per pensare.
Puoi, invece, prima ancora dei consigli degli
altri, aver preso tu la decisione di far visitare il tuo bambino, anche se
qualcuno te lo sconsigliava o ti diceva che eri ansiosa e dovevi solo
aspettare. Non ti sei sentita capita, ti sei sentita sola e non sostenuta. Arrivi
alla prima visita. La prima visita non si dimentica facilmente, perché sei
coinvolta, sei la mamma: paure, speranze, preoccupazioni, insicurezza si
mescolano insieme.
Le parole del medico non le hai più dimenticate. Hai
ascoltato con attenzione ogni parola, magari non riuscendo ad afferrare bene il
significato di alcuni termini, hai osservato la faccia del medico per scrutare
un’espressione, una qualunque cosa che potesse allontanare quei dubbi che ti
portavi dentro. E invece hai avuto delle conferme. La prima volta non è stata
fatta nessuna diagnosi, nessun nome particolare: “vediamo nei prossimi mesi”,
“dobbiamo fare assolutamente dei controlli”, “il bambino deve fare tanta
fisioterapia”. Forse il medico distrattamente ha usato qualche termine nuovo per te, che non potevi
aver sentito prima: ipotonia, ipertonia, disprassia, ritardo, deficit
dell’attenzione, ecc. Ti sono stati consigliati degli esami da effettuare
presso una struttura ospedaliera per un approfondimento, per una diagnosi. Hai
iniziato a fare tante domande, ma non hai avuto le risposte che desideravi. Il
tuo bambino non ha mostrato tutte le cose belle che fa a casa e per questo ti
sei rammaricata e hai provato a interagire con lui per ottenere un gesto, una
parola, una data prestazione.
La prima visita serve solo ad orientare, a
iniziare a conoscere il bambino, ad aiutarlo a conoscere un nuovo ambiente.
Sei uscita da quella stanza preoccupata, confusa,
arrabbiata, speranzosa. E con tante domande inespresse. Ma c’è tempo. Ora il
prossimo passo è capire cosa fare, dove andare. Hai bisogno di fare silenzio,
di sfogarti, di confidarti con qualcuno.
Incontriamoci
Siamo abituati a
descrivere e a valutare lo sviluppo del bambino piccolo attraverso le
sue “conquiste motorie” o addirittura attraverso i suoi riflessi:
tiene la testa dritta, ora sta seduto, fra poco impara a gattonare,
non ha le reazioni di equilibrio, si mette in piedi con l'appoggio,
finalmente cammina.
Per questo motivo quando
un bambino piccolo ha un ritardo possiamo focalizzare la nostra
attenzione sui movimenti e sugli aspetti motori dello sviluppo del
bambino. Magari ci possiamo trovare a stimolare un dato movimento o
un passaggio posturale nella speranza che venga acquisito, oppure
possiamo addirittura muovere direttamente noi gli arti del bambino.
Ma in realtà in cosa
consiste realmente il nostro intervento?
Se ci riflettiamo
qualunque movimento del bambino è un “incontro” con qualcuno,
con parti di se o con qualcosa. In questo incontro non c'è solo il
bambino che si muove, ma c'è anche l'oggetto toccato o la persona
che è toccata, c'è insomma un incontro. Quest'incontro è
un'esperienza unica e sempre diversa, che può avvenire grazie a una
spinta innata nel bambino e grazie alla nostra presenza.
Il “nostro
compito” è “semplicemente” quello di esserci, di essere
presenti nell'incontro. Non c'è il controllo del capo, non c'è lo
stare seduti, ecc, c'è sempre un incontro che avviene in situazioni
diverse o in posizioni diverse.
L'incontro non è
qualcosa che fa parte solo del bambino, non è un'esperienza che può
fare da solo. Per questo, non stimoliamo il controllo dei movimenti,
ma ci siamo perché il bambino possa sperimentare nuove forme di
incontro con noi e con il mondo, attraverso i sensi e i movimenti.
Il movimento non è lo
strumento che mi permette di fare una data esperienza, ma è esso
stesso parte dell'esperienza dell'incontro.
Il bambino vuole toccare
il giocattolo, poi dopo che lo ha afferrato lo lancia verso la mamma
e guarda la sua reazione: non parliamo di movimenti come aprire e chiudere la mano, ma di esperienza
di incontri ripetuti.
Guardare al bambino e al
suo sviluppo in questi termini mi permette di guardarlo in modo
diverso, di usare un linguaggio diverso o di avere anche un approccio
diverso.
L'obiettivo del nostro
intervento non è di tipo motorio, l'obbiettivo è “incontrarsi”,
“esserci”.
La sala d'attesa
Il tuo bambino ora frequenta un centro di
riabilitazione per tre volte la settimana. Lo accompagni quasi sempre tu, per questo ti
sei dovuta organizzare e magari hai dovuto fare qualche rinuncia. Aspetti che finisca la terapia
in sala d’attesa e hai la possibilità di vedere che non sei sola. Ci sono,
infatti, tante altre mamme che come Te accompagnano il bambino e aspettano. Con
il tempo familiarizzi con l’ambiente, con le persone e con le mamme. Ogni
mamma vive a modo suo quest’esperienza, perché lei è diversa, così come è
diverso il suo bambino. La sala d’attesa è un luogo di confronto, di scambio,
come ce ne possono essere altri, in cui ci si sente compresi, perché in qualche
modo si vive un’esperienza simile. Si condividono molte cose: la stessa terapista,
il ricovero nella stessa struttura, la stessa diagnosi, la stessa scuola, i
progressi del bambino e le sue difficoltà, la stessa condizione di “attesa”. Si
condividono anche le cose che non vanno: l’aver aspettato tanto per iniziare la
terapia, varie problematiche a casa e a scuola o al Centro, la terapista che
ancora, secondo voi, non aiuta il bambino come dovrebbe. Capisci, anche, che in
questo cammino che state affrontando c’è chi è più avanti, se non altro perché
frequenta il centro da più tempo. E inevitabilmente ti trovi a fare
confronti, senza rendertene conto e ti concentri su singoli aspetti senza poter
avere una visione d’insieme. Voglio dire che è difficile conoscere le storie
degli altri bambini, non c’è necessariamente sempre la stessa diagnosi, ma ti puoi convincere che se quel bambino è migliorato ed è diventato come lo vediamo, è
grazie a quella terapia e a quella terapista, tralasciando di considerare che
magari aveva una diversa diagnosi o diverse potenzialità e abilità. Ti
concentri su un singolo aspetto, ma non puoi avere una visione d’insieme e
quindi rischi di intravedere risposte o soluzioni non adatte alla tua
situazione. Il confronto è comunque utile perché ci fa sentire meno soli, ci fa
sentire compresi e possono scaturirne delle belle intuizioni. Puoi prendere
spunto dall’esperienze delle altre famiglie per affrontare una questione o una
situazione che ti da tante preoccupazioni. Puoi anche fornire un sostegno a chi
ne ha bisogno, semplicemente con il tuo esempio. Questo ti farà stare meglio,
perché potrai sperimentare che anche nella sofferenza si può essere d’aiuto
agli altri. Nell’incontro si possono ricevere e donare dei sorrisi, delle
rassicurazioni, delle belle esperienze, che ti lasciano sempre qualcosa di
positivo.
Un appello ai dirigenti scolastici
I bambini che hanno difficoltà di
apprendimento, non specifiche, derivanti cioè da qualche forma di disabilità,
possono usufruire a scuola di un insegnamento individualizzato (insegnante di
sostegno). L’insegnante di sostegno attua con competenza e passione un
intervento, un progetto, una didattica che tiene conto delle caratteristiche del bambino, delle sue
difficoltà e delle sue abilità.
L'insegnante di sostegno viene assegnato al bambino all'inizio dell'anno scolastico per un certo numero di ore
settimanali.
Almeno a Ragusa, la prassi
prevede che il medico certifichi ai fini dell’assegnazione il grado di
difficoltà del bambino che può essere grave o lieve. Il provveditorato, sulla
base di queste certificazioni, provvede ad assegnare alle scuole le insegnanti
per un certo numero di ore. Il provveditorato, a quanto pare, non tiene conto dei
progetti redatti dalle insegnanti e dal GLH per ogni bambino, in cui vengono
richieste le ore di sostegno. A questo
punto, il dirigente scolastico assegna al bambino certificato come grave il
massimo delle ore e al bambino certificato come lieve un minore numero di ore
(spesso 6 ore o poco più).
In questo modo, il criterio per
assegnare l’insegnante di sostegno e il numero di ore è una certificazione e più precisamente un numero: il comma 3 che equivale a gravità e il comma 1 che
equivale ad un grado lieve.
Questa è la prassi
Le cose sono indubbiamente più
articolate di come le sto rappresentando e ci sono delle dinamiche interne alle
scuole che io non conosco, ma di fatto questo è ciò che constato.
Tutti sappiamo, invece, che l’insegnante
non viene affidato a un pezzo di carta, ma ad un bambino e ogni bambino ha
caratteristiche ed esigenze diverse.
Senza entrare nel merito di
diagnosi e valutazioni, le insegnanti constatano perché lo vivono ogni giorno
quali sono le reali esigenze del bambino con difficoltà e quindi hanno
cognizione di quante ore di sostegno ha effettivamente bisogno. In questo possono
essere coadiuvati da specialisti ed equipe, dove sono presenti.
In questo modo un bambino
certificato come comma 1 può avere anche più ore rispetto ad un altro
certificato con un comma 3. Questo può essere possibile e motivato.
Non dico niente di nuovo, ma immagino
comunque le varie obiezioni o precisazioni.
Lui calcia e io paro
Il bimbo durante il parto
ha subito una lesione del plesso brachiale che ha determinato una
paralisi del braccio (“paralisi ostetrica”). La paralisi è
evidente. Durante un momento del trattamento riabilitativo la mamma è
colta da un senso di tristezza. Reazione normalissima, è il “suo”
bambino.
L'altro figlio della
signora di quasi 4 anni in qualche modo percepisce tale stato
d'animo: “Mamma perché sei triste?”, poi si ferma, aspetta di
essere guardato e continua “quando sarà grande lui calcia e io
paro”. Silenzio...
I bambini, ancora liberi
dai condizionamenti culturali, vivono la realtà per quella che è,
senza giudicarla, senza temere il dopo, senza desiderare altro, senza
guardare al passato. Vivono cioè il presente senza aggiungere
giudizi del tipo “non potrà..., non sarà..., ma perché
proprio a lui...se solo...deve imparare assolutamente a...”.
Il bambino non pensa che
il fratellino può soffrire per la sua paralisi, perché quando gli
fa le boccacce lui gli sorride e per questo continua a fargli le
smorfie, e non pensa ad altro. Lui la paralisi non la “vede”, lui
vede il bambino, semplicemente per come è, vede che non muove il
braccio e basta. Gioca con lui e non vede l'ora di poter giocare a
pallone con lui, che significa stare insieme senza alcun problema, e
se non saprà parare gli dirà di calciare per fare i gol che è
meglio.
Ancora è libero da
giudizi e da quei condizionamenti che ci portano ad essere
soddisfatti (solo) se otteniamo e se raggiungiamo determinati
obiettivi per noi e per gli altri.
Il bambino ancora non ...
Di un bambino di 8 mesi
non diciamo “ancora non cammina”, perché un bambino a 8 mesi non
può aver acquisto tale abilità.
Di un bambino di 1 anno
non diciamo “ancora non parla”, perché semplicemente “si sta
occupando d'altro”, altrettanto significativo, come ad esempio
comunicare.
Di un bambino che non
formula le frasi non diciamo “ancora non racconta storie”.
Per i bambini che hanno
uno sviluppo regolare “tutto va bene”, non pensiamo affatto che
il bambino debba anticipare le tappe, come camminare a 8 mesi o
parlare a 1 anno o raccontare prima di produrre le frasi.
Ma quando il bambino ha
qualche difficoltà, ecco che spunta la parola “ancora”: ancora
non fa questo, ancora non cammina, ancora non parla, ecc.
La parola “ancora” è
intrisa di giudizi, confronti rispetto alla “norma”, confronti
rispetto agli altri bambini. La parola “ancora” lascia l'”amaro
in bocca”, ci fa arrabbiare, ci delude, ci fa vedere il bambino con occhi
diversi.
Il bambino è così e non
può essere diverso. “Il bambino è così” non significa che non
cambia, il cambiamento fa parte di lui.
Possiamo descrivere il
bambino e i suoi comportamenti senza fare alcun confronto e senza
emettere giudizi su come è rispetto a come dovrebbe essere.
Questo non significa
rassegnazione, ma comprensione e accettazione della realtà.
Comprendere la realtà
significa non pretendere che un bimbo di 8 mesi cammini e corri.
Comprendere la realtà ci
fa capire cosa fare. Comprendere il bambino ci fa apprezzare ciò che
fa.
Comprendere il bambino ci fa lottare perché il bambino sia
rispettato e accettato per ciò che è.
Il genitore sa cosa fare
o lo saprà, agisce e agirà quando è pronto. E anche nel suo caso
non occorre usare la parola ”ancora”.
Due tentazioni, di noi operatori della riabilitazione.
Per conoscere i bambini piccoli, le loro caratteristiche, il
livello di sviluppo, noi operatori della riabilitazione abbiamo inizialmente
una sola cosa da fare: giocare con loro. Attraverso il gioco libero, soprattutto
se proponiamo i loro giochi preferiti, abbiamo la possibilità di sentire il loro
linguaggio, capire cosa comprendono, cosa conoscono, vedere se imitano gesti o azioni
con gli oggetti, se partecipano al gioco simbolico, come coordinano i movimenti,
come si relazionano. Ciascun aspetto può essere indubbiamente approfondito in
altri momenti, magari con dei test. Ma fin dall’inizio è possibile avere un’idea
del profilo del bambino, cioè capire in quali aree dello sviluppo (ad esempio
il linguaggio o la motricità fine o il disegno, ecc.) ha difficoltà e in quali
invece le sue abilità sono adeguate. Se riteniamo che è necessario un intervento
riabilitativo occorre proporlo e spiegarlo alla famiglia.
Inizia in questo modo un percorso.
I genitori vengono coinvolti perché sono loro i protagonisti,
sono loro che contribuiscono in modo
sensibile alla crescita e allo sviluppo del loro bambino. Ognuno lo fa a modo
suo, né meglio, né peggio di altri. Ognuno trasmette ciò che sente, ciò che fa
parte del suo modo di essere.
A volte, noi operatori, siamo presi
dalla facile tentazione di esprimere dei giudizi sui comportamenti dei genitori,
pensando di conoscere tutta la realtà o di saper ciò che è giusto o sbagliato.
Pensando di dover o poter “correggere” qualcosa.
Non c’è da correggere niente, non c’è niente di sbagliato, né
di corretto.
Tutto va come può e come deve andare.
C’è da prendere atto della realtà e accettarla così com'è,
se vogliamo che anche gli altri la accettino.
Altra tentazione possibile di noi operatori è quella di
pensare di poter focalizzare il nostro intervento, solo su singole aree dello
sviluppo, come se il loro funzionamento è a se stante. Ciascuna abilità nel
bambino non “agisce”, per così dire, mai da sola, senza cioè l’intervento di
tutte le altre.
Non esistono moduli separati nel nostro cervello, dove
inseriamo dati che poi vengono utilizzati al bisogno. In ogni compito agiamo con il coinvolgimento di tutto il corpo e di tutto il cervello, e le singole abilità agiscono sempre insieme alle altre.
Non esiste, cioè, il compito che richiede solo l'azione della nostra attenzione o della memoria o del linguaggio o della motricità fine.
Siamo tutti d'accordo...?!
Il progetto condiviso
La bambina ha 7 anni e frequenta il secondo anno di
scuola elementare. Fa controlli periodici presso una Struttura lontana da dove
vive. Poi è seguita presso un Centro di Riabilitazione dove esegue
periodicamente delle visite per stabilire in equipe il programma e gli
obiettivi del trattamento ed effettua due volte a settimana la psicomotricità e
due volte la logopedia. A scuola frequenta con un’insegnante di sostegno.
Infine fa logopedia privatamente due volte a settimana. La bambina è tanto
stimolata e lentamente sta facendo dei progressi. Riesce a collaborare con
tutte le figure che la seguono. Ma attraverso una semplice analisi ho capito
che l’approccio con la bambina, tra le varie figure, è decisamente poco
uniforme. A scuola hanno provato con la “lettura globale”, invece una
logopedista sta provando ad avviare l’approccio alla lettura di tipo fono
sillabico. La psicomotricista fa colorare, l’insegnante fa copiare le parole.
Ho fatto solo degli esempi, ne potremmo fare tanti altri. Non ho certezze, ma
se ci mettiamo nei panni di questa bambina, capiamo che non le stiamo rendendo
il compito semplice. Glielo stiamo complicando. La bambina deve adattarsi ai
nostri diversi modi di insegnare, che avranno tanti punti di contatto, ma su
altri punti chiave no. Qui non si tratta necessariamente di stabilire che il
mio metodo è migliore di un altro. Questa è una cosa di buon senso, la bambina
ha difficoltà a seguire il programma scolastico, se poi gli proponiamo approcci
diversi rischiamo anche di ritardare l’acquisizione degli obiettivi. Immaginate
di dover imparare a guidare un autobus, vi è richiesta una buona dose di
impegno e di attenzione. Ma avete due istruttori che vi fanno utilizzare metodi
diversi. Voi ancora non avete imparato a guidare, quindi rischiate di avere tanta
confusione. Per questi motivi, nei casi di bambini con difficoltà è opportuno
incontrarsi, scuola, famiglia, centro di riabilitazione e terapisti privati...,
per condividere i rispetti programmi di lavoro, il proprio percorso, i propri
obiettivi e le modalità di insegnamento e cercare una linea comune. Ognuno con
le proprie mansioni e specificità. Non c’è da imporre niente a nessuno. È veramente
possibile coordinarsi e marciare uniti, nell’interesse di tutti e del bambino:
a scuola hanno introdotto il grafema “p”, in logopedia la logopedista aiuta la
bambina a discriminare il suono “p” e a cercare le parole che iniziano con quel
suono.
La vita ce la complichiamo a volte da soli, non
complichiamola ai bambini. Perché la vita è semplice, è bella, se c’è qualcosa
che possiamo fare facciamola, adattandola con creatività ai nostri contesti.
Le parole che utilizziamo per descrivere il bambino
F. è un bambino di 6 anni,
frequenta l’ultimo anno di scuola materna, si muove in continuazione e passa da
una cosa all’altra senza completare niente. Il suo linguaggio è in ritardo, non
riesce a raccontare gli eventi della propria vita, produce frasi molto
semplici, con alcune imprecisioni fonologiche. I pre requisiti della letto
scrittura sono carenti, emergente la copia di figure, non scrive il suo nome
spontaneamente, le competenze meta fonologiche di sintesi e analisi sillabica
si attestano intorno al 10° centile. Le prestazioni di comprensione linguistica
grammaticale e di vocabolario si attestano ad un livello di 4 anni e mezzo. La motricità
fine non è adeguata, così come le prassie visuo costruttive, non riesce a
riprodurre con i cubetti modelli quali il ponte o la scala. È presente impaccio
motorio, non riesce ad acchiappare la palla, non riesce a saltare su un piede,
l’equilibrio statico e dinamico è precario.
F. è un bambino di 6 anni,
frequenta l’ultimo anno di scuola materna, è molto vivace, con mediazione e
contenimento porta a termine semplici attività. Il linguaggio è migliorato, è
discretamente intellegibile, produce frasi semplici spontaneamente, descrive
semplici sequenze temporali, risponde a domande relative a situazioni
personali. Alla valutazione dei pre
requisiti della letto scrittura si evidenzia: traccia e copia linee
diversamente orientate, copia il suo nome, riesce nella sintesi e analisi
sillabica di parole bisillabiche. Il vocabolario è migliorato, ha acquisito le
principali categorie semantiche, comprende frasi con riferimenti spaziali.
Relativamente alla motricità fine manipola materiale morbido, riproduce la
torre con i cubetti e con mediazione “costruisce” il ponte. Per quanto riguarda
la coordinazione motoria F. lancia la palla verso un bersaglio, accenna piccoli
salti a piedi uniti, mantiene l’equilibrio su un piede per pochi secondi.
Sono due descrizioni diverse che
fanno riferimento allo stesso bambino: in un caso si descrive ciò che non fa,
nel secondo ciò che fa. Le parole non possono mai pienamente descrivere la
realtà, ma indubbiamente possono condizionare la nostra visione e i nostri
giudizi: “si è migliorato, ma ancora non è in grado di …”.
Nel percorso di accettazione le
parole che utilizziamo, sia che parliamo con il bambino che con i suoi
genitori, possono essere d’aiuto.
Le attività da fare insieme al
bambino non cambiano, ma può cambiare il nostro approccio quando accettiamo la realtà,
senza la pretesa che cambi. E la cosa bella è che più accettiamo la realtà e
più questa cambia, soprattutto perché cambiamo noi e riusciamo a vedere ancora
meglio il bello che c’è nel bambino, a prescindere dalle sue prestazioni.
I rischi dell'ABA
G. è un bambino autistico di 5
anni. Gli piacciono tanto le macchinine e si dispera quando si cerca di
interrompere il suo gioco. Per diverse ore a settimana è impegnato con l’ABA. Ha
sviluppato il linguaggio verbale, denomina tante figure, risponde a semplici
domande: “ come ti chiami ?”, “quanti anni hai ?”, ecc. Secondo l’ultimo
programma che è stato fatto da un importante supervisore il bambino deve
imparare a fare almeno 5 mand, cioè
delle richieste spontanee. Questo significa che G., se vuole qualcosa come l’acqua
o come la sua brioscina, la deve richiedere spontaneamente, senza alcun
suggerimento: solo se formula la frase “voglio acqua” la mamma gli darà un po’ di
acqua senza soddisfare del tutto il suo bisogno, in modo che G. ritorni presto
a richiederla. La mamma conosce e applica bene la procedura per insegnare i
mand. Ha nascosto le macchinine e l’acqua e le merendine non sono a portata di
mano. È molto coinvolta e vuole dimostrare di poter ottenere dei risultati.
Un giorno G. mentre stava
giocando inizia a piangere perché si è rotto il suo giocattolo, e si dispera come
tanti bambini in queste occasioni. “Cosa è successo?” chiede la mamma, “rotto” risponde,
piangendo il bambino. Inizia uno scambio fatto di domande e risposte, anche se
la mamma pensa che questa sia l’occasione per ottenere dei mand. È un momento, in cui c’è condivisione, il bambino ha fatto
anche qualche “commento”, la mamma insiste un po’ per ottenere qualche
richiesta che prova a suggerire, ma il bambino “non recepisce”.
Presto la mamma
si accorge che ciò che sta avvenendo è molto più importante dei “suoi”
obiettivi. Il bambino esprime delle emozioni e ha bisogno di essere consolato. Allora
la mamma mette da parte i suoi programmi e abbraccia il bambino. Lui si lascia
abbracciare e piano piano si calma. “lo possiamo ricomprare” gli sussurra la
mamma…senza preoccuparsi di niente, senza preoccuparsi di poter “rinforzare”
così il suo pianto.
Aveva presto capito che il
bambino non è la sua diagnosi o i suoi mand da ottenere e mostrare. Era tanto
condizionata da tecniche d’insegnamento e spiegazioni dei comportamenti, che,
per un attimo, aveva perso l’intensità di un momento. E aveva anche capito che
il suo bambino avrebbe fatto comunque le richieste anche senza i suoi
interventi, perché lui già risponde alle domande, perché lui fa i commenti, perché
lui esprime le emozioni, senza alcuna procedura.
Dopo la prima visita...alcuni scenari
Vedo il bambino per la prima volta all’età di 18
mesi. Attraverso il gioco, se è messo a suo agio, ho la possibilità di
conoscerlo e di osservare il suo comportamento. Chiedo anche ai genitori se il
bambino è stato diverso rispetto a come loro lo conoscono. Ovviamente confermo loro che a casa il bambino mostra con
più facilità tutto le cose belle che fa.
Posso riscontrare degli aspetti del comportamento e dello sviluppo che rientrano, per così dire,
all’interno della variabilità fisiologica: un bambino può camminare a 15 mesi e
uno a 12 mesi, in entrambi i casi lo sviluppo motorio è regolare.
Posso riscontrare delle
difficoltà che non configurano affatto un disturbo e sto molto
attento a non prefigurare nessuna diagnosi futura, perché il bambino mostra
comunque delle abilità che mi fanno capire che supererà le difficoltà osservate:
non sale e scende le scale, ma lo fa con appoggio e quindi da qui a poco se gli
si da fiducia andrà da solo. In questi casi non è necessario, secondo me, fare alcuna
riabilitazione.
Posso invece avere un sospetto, perché riscontro determinate difficoltà.
Qui la situazione diventa più delicata. Condivido con la famiglia le mie
osservazioni e indico e faccio vedere cosa è utile fare con il bambino. Faccio
degli esempi, ascolto le loro preoccupazioni, li sostengo, rinforzo quello che
già fanno a casa o che mi fanno vedere, programmo nuovi incontri a breve termine.
Non comunico nessuna diagnosi in questi casi, perché sono necessarie altre
osservazioni e visite.
Posso anche proporre un percorso riabilitativo per le
difficoltà riscontrate.
Ricordo che la terapia la
facciamo al bambino, non alla diagnosi del bambino.
Se la diagnosi è chiara fin dall'inizio, ovviamente la comunico con i tempi e i modo opportuni.
Poi, purtroppo, in presenza di alcune difficoltà, ci sono diagnosi e sospetti diagnostici sbagliati che vengono comunicati. In questi casi si mette in moto un percorso legato a quel tipo di diagnosi, che magari non era del tutto necessario, ma che è ormai difficile da arginare. Il bambino fa dei progressi, ma li avrebbe fatti comunque anche senza tutta quella terapia.
C'è chi sostiene che la terapia riabilitativa in questi casi non ha effetti collaterali. Dipende...Dipende da tante variabili.
Autismo e psicomotricità
Le linee guida sull’autismo indicano
come prima scelta di trattamento l’intervento cognitivo comportamentale, per
intenderci l’ABA. Ma le prestazioni dell’ABA non sono garantite dal sistema
sanitario, almeno fino ad ora. I trattamenti garantiti all’interno dei centri
di riabilitazione sono la psicomotricità e la logopedia.
ll bambino con un disturbo dello
spettro autistico quando è piccolo necessita di un intervento mirato a
migliorare la relazione, o almeno a implementare una serie di abilità quali lo
sguardo, l’imitazione, l’alternanza del turno. Attraverso giochi o canzoncine la
terapista ricerca lo sguardo e stimola l’imitazione. Crea delle sequenze di
gioco interessanti, delle routine, in cui il bambino viene gradualmente
coinvolto.
Un altro obiettivo prevede di
stimolare nel bambino la richiesta, l’intenzionalità comunicativa, provando a
guidarlo a ripetere forme condivise di comunicazione come il gesto
dell’indicare quando desidera qualcosa (pointing).
Alcuni bambini necessitano di un
intervento più strutturato, fatto cioè di attività molto organizzate,
all’interno di spazi delimitati, che hanno un inizio e una fine, guidate
dall’operatore e non lasciate quindi alla spontaneità e alla libera iniziativa
del bambino.
Ci sono invece bambini che fin
dall’inizio si lasciano coinvolgere nel gioco facilmente anche se questo non è
molto strutturato, ma per così dire più libero.
Tutto questo la terapista della (neuro)
psicomotricità lo sa e lo fa.
E conosce anche le tecniche comportamentali che applica a seconda del caso, per il tempo che ha a disposizione.
E conosce anche le tecniche comportamentali che applica a seconda del caso, per il tempo che ha a disposizione.
In ogni caso il suo intervento è incentrato sul bambino e sulla relazione, nel senso che non si limita a singole funzioni come la motricità o il tono muscolare.
Tra gli aspetti del metodo
ABA che contribuiscono a renderlo efficace ci sono indubbiamente le tecniche d’insegnamento
utilizzate che tengono conto delle modalità di apprendimento della persona
autistica, ma anche il tempo dedicato al trattamento.
Ad oggi così come è organizzato
il sistema, invece, la psicomotricità (e la logopedia) viene concessa per poche
ore settimanali, per cui occorre prevedere altri momenti d’insegnamento a scuola e a casa...
Alla Mamma del bimbo prematuro
Il bimbo è nato prematuro, in
maniera inaspettata.
All’inizio si è dovuto impegnare
tanto per adattarsi all’ambiente, quando era dentro la tua pancia era protetto
e i suoni erano dolci e lievi. Il suono più dolce era certamente la tua voce
che già riusciva a distinguere. C’è stato il ricovero con le cure, ma anche con
i rumori infernali dei monitor che il bimbo non poteva tollerare.
Tu, che
dovevi realizzare ancora cosa era successo, ti trovavi in un ambiente nuovo a
dover guardare e toccare il tuo bambino da lontano.
Impossibile descrivere le tue
emozioni e tuoi pensieri.
Giunti a casa ti sei preoccupata
di ridurre gli stimoli che lo disturbavano. Il tuo bimbo, ora, può finalmente sentire,
ancora più forte, con più continuità, il calore delle tue braccia.
Lo accompagni nello sviluppo con
il contatto, con la tua voce, con le tue braccia, con i tuoi sorrisi, con tutta
te stessa. Quello che fai è ciò che gli serve: se piange lo culli e lo
rassicuri o provi a dargli da mangiare, cerchi il suo sguardo e il tuo volto si
riempie di gioia quando lui ti sorride.
Tutto avviene in modo spontaneo e fai
la cosa giusta al momento giusto e se ti distrai un po’ torni subito dopo a
dargli l’attenzione e la tua presenza.
Il bimbo è più sereno e può dedicarsi a
se stesso e agli altri con più continuità.
A due mesi di età corretta, il
suo sguardo è vivace, certo si distrae un po’, ma Tu sei lì per ricercarlo e
per farti seguire e per cercare un sorriso. Non controlla ancora bene i
movimenti e per questo lo aiuti semplicemente contenendolo tra le tue braccia.
Ti accorgi che all’inizio non
servono giocattoli perché gli basti Tu.
Ti accorgi che non puoi
insegnargli i movimenti, lui impara da solo grazie al fatto che è curioso e si
muove per entrare in contatto con Te, con le persone e con le cose.
Ti accorgi che se lo lasci libero
di sperimentare lui impara prima e meglio.
Ti accorgi che non serve e non puoi anticipare i tempi, lui ha
bisogno di tempo per provare e per imparare. Anticipare significa fargli fare qualcosa
per cui non è ancora pronto, per cui rischia di non imparare bene.
Ti accorgi che i movimenti che fa
sono sempre più precisi e coordinati.
Ti accorgi che se non ti affanni
ad insegnare lui apprende lo stesso.
Ti accorgi che si calma quando
sente la tua voce e le tue braccia che lo cullano con lo stesso ritmo del suo
pianto e dei suoi movimenti.
Ti accorgi che sei fai silenzio
dentro e fuori di te, lui stesso ti fa capire di cosa ha bisogno.
Capisci che è inutile
preoccuparsi ora se avrà o no difficoltà domani, perché Tu sei ciò di cui il tuo bimbo ha bisogno e stai facendo già ciò che gli serve.
La Mamma è competente
La mamma ha deciso di non
allattare più al seno e la bambina ha iniziato a strillare in continuazione. La
bambina non fa un passo senza la sua mamma e si dispera quando la lascia a casa
con la nonna perché deve andare al lavoro. Il bambino fa i capricci e la sua
mamma lo punisce. La bambina non si vuole addormentare nel suo letto e si rifiuta di mangiare.
Affrontiamo la vita e le cose “difficili”
a modo nostro. Vorremmo superarle presto, ma non ne riusciamo a venirne a capo
e per quanto riflettiamo, non troviamo soluzioni alternative a quelle che
adottiamo di solito.
Ci disperiamo, ci sentiamo in
colpa, ci arrovelliamo dentro i nostri continui pensieri.
Gli amici, i parenti, non
interpellati, iniziano a dare consigli, riportando esempi concreti su cosa ha
funzionato per loro. Poi ci sono le indicazioni del pediatra e quelle che
troviamo su internet.
Ma non troviamo “fuori di noi” le
risposte di cui abbiamo bisogno, semplicemente perché noi siamo diversi: non esiste il “metodo” che va bene per
tutti. Anzi possiamo sentirci non adeguate perché altri, meglio di noi,
sono in grado di trovare le soluzioni.
C’è una parte profonda di noi che non viene influenzata dalle parole
lette e ascoltate.
Le mamme sono uniche come unici
sono i loro bambini e la relazione che li lega. Quindi le risposte e le
soluzioni non sono quelle degli altri, perché siamo diversi e le situazioni
sono diverse.
Facciamo esperienza che molte
situazioni o conflitti si risolvono in modo semplice e naturale, nel tempo, dentro
le relazioni.
Facciamo esperienza che dentro di
noi abbiamo già le risorse, le energie, la capacità per affrontare tutte le
situazioni che si presentano.
Per questo non abbiamo bisogno di consigli, ma
solamente di qualcuno che ci sostenga senza giudicare, che ci rassicuri che
tutto va bene, che ci dia fiducia, che ci aiuti a trovare la nostra soluzione.
Facciamo esperienza che le cose
più importanti che facciamo con i nostri bambini non le facciamo con le parole,
soprattutto se sono le parole e i consigli degli altri.
Il bambino non è la sua diagnosi
La Mamma decide di fare visitare
il bambino dal Neuropsichiatra Infantile, consigliata prima dal pediatra e poi
dalle maestre. Dopo alcuni incontri viene formulata una diagnosi.
A che serve la diagnosi?. È sempre
necessaria averla?
Alcune diagnosi sono indubbiamente difficili
da accettare, da sopportare.
La diagnosi, in qualche modo, in
alcuni casi, indirizza verso determinati percorsi: il bambino ora deve fare
questo tipo di terapie e di accertamenti. Strade già percorse da altri.
La diagnosi permette uno scambio
veloce di informazioni tra gli operatori che interagiscono con il bambino e
richiama programmi precedentemente svolti per altri bambini con la stessa
diagnosi: il bambino ha il disturbo …, quindi deve fare questo tipo di terapia…
Indubbiamente un nome (la
diagnosi) dato ad un insieme di sintomi o difficoltà, non descrive affatto il
bambino, la sua storia o il comportamento che ha nei vari contesti. Né descrive
le sue relazioni, che influenzano il bambino e l’espressività del suo disturbo.
A volte c’è il rischio di ricondurre
ogni difficoltà e ogni comportamento osservato alla diagnosi formulata: “il
bambino ha le stereotipie perché è autistico” piuttosto che “il bambino ha le
stereotipie perché ancora non gli abbiamo insegnato un altro modo per chiedere
l’acqua”.
A volte ci proteggiamo dietro ad
una supposta diagnosi per spiegare un comportamento del bambino, che tuttavia
non dipende da lui: “il bambino non collabora, perché ha un disturbo
dell’attenzione” piuttosto che “il bambino non collabora perché non sono ancora
riuscito a motivarlo”
A
volte cerchiamo una diagnosi e non interveniamo se prima non ce l’abbiamo,
quando in realtà il bambino ha comunque delle difficoltà che orientano di per
se verso un aiuto mirato, una guida.
A volte vogliamo nascondere la
diagnosi per evitare che gli altri si fanno un idea sbagliata del bambino.
A volte dimentichiamo la diagnosi e la rimuoviamo.
A volte ci dimentichiamo che due
bambini sono diversi anche se hanno la stessa diagnosi: “quel bambino ha fatto
questa terapia e allora anche il mio bambino deve fare la stessa cosa, lo stesso metodo, lo stesso protocollo”.
A volte facciamo di tutto con il
bambino per mostrare che non c’è quella diagnosi.
In tanti modi la diagnosi ci può condizionare
e ci condiziona… Non dico di non tenerne conto. Dico solamente che il bambino
non è la sua diagnosi, il bambino è quello che è, è quello che fa.
A prescindere dalla diagnosi.
A prescindere dalla diagnosi.
Punti fermi sull'autismo...
L’autismo non è un mistero, lo
conosciamo. Anzi, i bambini con autismo non sono un mistero. Basta osservarli,
giocarci insieme, per conoscerli.
L’intervento precoce è possibile
anche se non c’è la diagnosi: un bambino che non riesce a comunicare lo aiuto a
prescindere dalla diagnosi che ha o che sarà fatta.
L’ABA è un metodo efficace, ma
non è l’unico.
I bambini con autismo sono prima
di tutto bambini, che possono avere esigenze e desideri come tutti i bambini.
Non pensiamo di fare rientrare tutto nel disturbo o in un intervento
comportamentale.
La diagnosi è clinica, non c’è
nessun esame strumentale o genetico che sostituisce le visite ai fini della
diagnosi.
La famiglia è fondamentale, sia
per conoscere il bambino che per aiutarlo.
Non esistono medicine specifiche
che possono curare l’autismo.
Posso conoscere tutte le tecniche
comportamentali per trattare il bambino, ma se fallisco la relazione il mio
intervento non è efficace.
La difficoltà di comunicazione
non è solo del bambino, ma dell’ambiente che non ha ancora adottato un sistema
di comunicazione adatto al bambino.
La terapia deve essere al
servizio del bambino, per migliorare la sua qualità di vita.
La lista è incompleta...Aggiungete voi i vostri punti fermi
La lista è incompleta...Aggiungete voi i vostri punti fermi
Non sono autistici
I casi di autismo sembrano
decisamente aumentati, non so dirvi il perché. Ci sono tuttavia dei bambini, a
cui è stata fatta questa diagnosi, che “mi sembrano tutto” tranne che
autistici.
Sono bambini che magari non si
girano quando li chiami, o che non ti guardano, o che saltellano sulle punte,
che si agitano facilmente, che giocano poco insieme agli altri, che non
indicano, o che non hanno ancora sviluppato il linguaggio, che mettono le
macchinine in fila, che si buttano a terra se non ottengono quello che vogliono,
che sono inibiti, che sono poco flessibili…e che non sono comunque autistici.
In un test o in una scheda compilata hanno il punteggio che soddisfa i criteri,
ma non lo sono. Il tempo lo conferma.
Lo vedi, lo senti, che non lo
sono.
Perché qualche volta ti hanno anche fugacemente guardato, come per
osservare la tua reazione, qualche volta ti hanno portato anche un gioco, solo
per mostrarlo, qualche volta hanno cercato in situazioni nuove lo sguardo della
mamma, qualche volta hanno fatto “ciao” con la manina e qualche volta hanno
imitato la mamma durante una canzoncina.
Piccole cose..fatte comunque con una
qualità tale da capire che non lo sono.
E il tempo lo conferma.
Ma a volte la diagnosi viene
comunque fatta, anche quando non c’è. E potete capire le conseguenze…
Non ce la faccio
Ti hanno spiegato cosa fare
per aiutare il tuo bambino, cosa è meglio per lui, quali attività devi
privilegiare. Molte cose le avevi capite già da sola, le avevi lette o le avevi
viste fare.
Ma ci sono momenti in cui
proprio non ce la fai a dedicarti interamente a lui come vorresti. Perché non
c’è solo il tuo bambino, perché c’è una famiglia, perché c’è il tuo lavoro,
perché ci sono i vicini e i parenti, ci sono i compiti degli altri figli, e non
c’è abbastanza tempo.
Ti senti in colpa se ti dedichi
del tempo, senti su di te soprattutto gli sguardi e i giudizi di chi non ti conosce abbastanza. Non ti è sempre facile trovare
l’equilibrio necessario: dedichi l’anima e il cuore a chi ha più bisogno e non vuoi
tralasciare i bisogni, i desideri, le esigenze di tutti gli altri.
E senti su di te il peso
di questa responsabilità, senti di non aver fatto abbastanza o di non riuscire
a fare abbastanza. Pensi che quello che non fai adesso non lo puoi fare in
seguito. A volte Ti senti sola, non capita e non sostenuta. Hai fatto magari
delle rinunce, e nessuno se ne è accorto. O stai rinunciando a qualcosa che ti
sta a cuore: il lavoro, il tuo tempo libero, i tuoi desideri.
E allora trova il tempo di
riflettere, ogni giorno, per capire cosa stai facendo, cosa è meglio fare e
perché lo fai. Cerca di guardare oltre le apparenze delle cose, guarda
all’essenziale, a ciò che è veramente importante.
Concediti di avere dei
desideri solo tuoi e non aspettare domani per realizzarli. Fai ogni giorno un
passo, anche piccolo, che ti fa sentire felice e realizzata. Il tuo bambino non
ti chiede sacrifici e rinunce, lui ti vuole, contenta, serena, tollerante,
paziente, e per esserlo devi prenderti cura di Te.
Accetta questo momento
così com’è.
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